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Ingmar Bergman, Il settimo sigillo, traduzione di A. Criscuolo, Iperborea, Milano, 1994, pp. 96.

 

Cos’è una sceneggiatura se non un film da leggere invece che da vedere? Di certo la sua lettura costituisce un’esperienza del tutto diversa dall’ordinaria visione cinematografica, e pertanto non pochi cinefili domanderebbero infastiditi che senso mai abbia leggere un film piuttosto che vederlo, com’è giusto e naturale che sia. Non ne discuteremo affatto, perché, nel caso de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, siamo certi che la sceneggiatura di questo capolavoro non solo sia estremamente utile per una sua ulteriore meditazione e comprensione; ma che essa costituisca in se stessa un’opera d’arte autonoma e dal valore incalcolabile – senza la quale, non dimentichiamolo, il film stesso non possiederebbe esistenza alcuna. In effetti, il film, acuto messaggio esistenziale e metafisico, non è altro se non la preziosissima occasione per un’importante – e fors’anche pericolosa – esperienza intellettuale e spirituale; e non c’è dubbio, quindi, che il silenzio della sua lettura esclusivamente testuale non possa che favorirla notevolmente, aumentando infatti di parecchio la concentrazione sui temi espressi.

Moltissimo, ovviamente, è stato finora scritto a riguardo, ma forse, proprio per quel che poc’anzi dicevamo, è ancora possibile sviluppare ulteriori riflessioni filosofiche, mettendo a fuoco alcuni elementi particolarmente significativi della narrazione.

In generale, l’intero dramma ruota intorno alla ricerca di Dio e della verità trascendente, e nel cavaliere Antonius Block e nell’attore/saltimbanco Jof trova i suoi due opposti campioni: il primo è l’aristocratico tormentato, disperato, complesso e riflessivo, a cui nulla vale l’esercizio acuto e sofferto del pensiero – simboleggiato dalla sua perizia nel gioco degli scacchi -; mentre l’altro, pur nell’umiltà del suo status sociale e culturale, e soprattutto nella semplicità della propria personalità, non solo è sereno, e addirittura felice in un mondo sprofondato nel terrore e minacciato dall’annientamento totale, ma è altresì capace della visione chiara ed immediata delle verità e delle presenze ultraterrene – è infatti grazie ad una di tali visioni che salverà la propria famiglia dalla morte.

Sembrerebbe quindi che Bergman, malgrado abbia spalancato i tremendi abissi dei grandi interrogativi che da sempre affliggono l’animo umano, abbia indicato in un sempiterno sentimento dell’incanto del mondo, ed in una naturale e spontanea intuizione mistica della realtà, una via di conoscenza decisamente migliore – anzi l’unica davvero efficace e vincente – di quella razionale, e magari scientifica – il cui approdo nichilista è rappresentato dal costante atteggiamento dello scudiero Jöns.

La figura del cavaliere, invece – oltre che per il suo essere la protagonista principale -, necessita di un’analisi più attenta. Antonius Block è un uomo capace di affrontare volontariamente la tremenda prova della crociata in Terra Santa unicamente in nome della propria lacerante fede in Dio, della sua ricerca di Lui, o della fede in Lui, che non riusciva a trovare nella propria vita ordinaria. Se è vero che Jof possiede una sua naturale facoltà di visione dell’ultraterreno, è altrettanto vero che il cavaliere, malgrado incarni il dubbio metafisico e l’angoscia esistenziale, malgrado non riesca ad ottenere quelle risposte su Dio che tanto cerca, è l’unico che, non solo entra in contatto e dialoga con la Morte, ma che la sfida, la fronteggia fino a riuscire persino ad ingannarla, cioè, in qualche modo, a sconfiggerla. Se la filosofia è un “esercizio di morte” – come insegna Platone -, ciò è vero nel senso che essa consiste nel distacco dalla dimensione terrena e nella ricerca pura della verità e del significato ultimo del Tutto. Per questa ragione, si può certamente dire che il cavaliere incarni, seppur tragicamente, la figura dell’autentico filosofo, giacché egli è già distaccato dal mondo, e – prim’ancora che la Morte lo incontri – è già proiettato nell’Aldilà, ed ha sempre come suo unico desiderio la verità, e, se è possibile, la contemplazione del volto di Dio. È del tutto vero, come in effetti il film mostra, che il contatto “personale”, addirittura dialogante, con la Morte può esservi solo quando giunge l’ora fatale; ma è evidente che nel caso del cavaliere quell’ultimo attimo della vita, non solo si prolunga, si dilata, e si espande in un’ulteriore avventura della coscienza, ma, a ben vedere, era già stato a lungo vissuto nel tempo della crociata e del ritorno da essa, giacché tutte quelle esperienze vissute possedevano unicamente un profondo significato di ricerca filosofica ed esistenziale. Tutti i pensieri, tutte le scelte e gli atti del cavaliere sono costantemente animati da una spasmodica tensione metafisica, da uno strenuo slancio spirituale, da un’invincibile volontà di consapevolezza e di trascendenza, che, naturalmente, malgrado la loro provvisoria sconfitta terrena, già posseggono un grande valore in se stessi, e costituiscono uno straordinario esempio che l’uomo moderno dovrebbe assolutamente far suo.

Alcuni precisi episodi del racconto di Bergman necessitano ora di un commento. Vediamo, infatti, in due momenti particolarmente drammatici, il cavaliere Antonius Block che, al fine di ottenere tutte le risposte fino a quel momento inutilmente cercate su Dio ed il significato della vita, prima cerca di mettersi in contatto col Diavolo per mezzo della giovanissima strega Tyan, ed infine chiede alla Morte stessa se sarà proprio lei a fornirgliele, seppure nell’Aldilà. Ora, mentre ci appare del tutto naturale che l’essere umano, giunto sull’estrema soglia, possa finire per sperare dalla stessa morte l’ottenimento di una rivelazione dei misteri di Dio e dell’esistenza, nell’altro caso il tutto è decisamente assai problematico, e di estremo interesse. In effetti, nel primo tentativo, non possiamo che vedere l’ombra lunga dell’atteggiamento faustiano verso la conoscenza, che tanto ha ispirato il modernismo in tutte le sue forme. La particolarità, qui – anche se si potrebbe tranquillamente credere che questa sia sempre la sua sola ed autentica ragione occulta ed inconsapevole -, è che è la disperazione esistenziale a generarlo, e non la volontà di potenza: paradossalmente, infatti, il protagonista cerca di usare Satana per arrivare a sapere qualcosa di Dio. Cos’altro potrebbe esservi di più contraddittorio ed assurdo? Ma tale paradosso, miracolosamente, nasce sempre e comunque dalla fede, sia da quella in Dio e sia da quella nella verità, ovunque essa si celi. E mentre il cavaliere è pienamente consapevole delle proprie profonde motivazioni, e della propria drammatica condizione spirituale, che l’ha condotto a tale estremo e disperato tentativo, ci domandiamo, a questo punto, quanto invece tutto ciò sia del tutto inconscio in tutti coloro che – in numero assai crescente -, soprattutto nei tempi odierni, privi o presuntamente privi di quella stessa fede, si rivolgono al Maligno per dare senso e valore alle proprie oscure e smarrite esistenze.

 

Giovanni M. Tateo

 

Leggi anche la recensione a Melancholia di Lars von Trier;

oppure: Sulla Via Cristiana all’Unione Mistica con Dio;

o: Jean Reyor, Studi sull’esoterismo cristiano

 

 

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