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Cominciamo dalla fine. Da un convoglio libico, in fuga da Sirte e composto da oltre cento veicoli, all’interno di uno dei quali si nasconde il colonnello Gheddafi. La mossa è imprudente, il lungo serpente di automezzi viene intercettato da una pattuglia di aerei spia della Nato ed immediatamente bombardato. Ad aprire il fuoco, però, prima dell’arrivo dei jet francesi, è un mezzo diverso da tutti gli altri: un drone Predator. I droni – così definiti volgarmente a causa dello strano ronzio che emettono – sono in realtà unmanned aerial vehicle, letteralmente “veicoli aerei senza uomini”. O, più precisamente, aerei da combattimento autonomi e comandati a distanza. Rispetto ai comuni veivoli spia, i droni non solo riescono a raccogliere immagini e video nel corso delle ricognizioni, ma anche a scagliare missili verso obiettivi di terra. La svolta è epocale: una macchina è per la prima volta in grado di svolgere tutte le funzioni che un tempo venivano affidate a uomini e mezzi specializzati. Si può scovare il nemico, elaborare una strategia, bombardarlo e ucciderlo trasmettendo semplicemente ordini vocali, senza che nessun pilota o copilota si avventuri in una impresa a cielo aperto. Un rivoluzionario contributo della tecnica alla causa bellica, si dirà. Eppure, in questo caso, la novità non è tanto tecnologica, quanto piuttosto antropologica: per la prima volta, la guerra non è più una faccenda per gli uomini, quantomeno dal punto di vista dell’agone. È, e sarà sempre di più, una questione esclusivamente di macchine. Scriveva Massimo Fini già nel lontano 1989: “Il militare sfuma sempre di più le sue caratteristiche di guerriero, di eroe, di soggetto carismatico e sacro, per assumere, soprattutto a livelli superiori, quelle, molto meno esaltanti, di tecnico, di ingegnere, di manager di guerra”. In realtà, qui non si tratta più di sfumare o convertire le qualità dell’uomo, bensì di rimuovere l’uomo stesso. È, in fondo, il naturale epilogo di una lunga epopea modernista che ha trasformato il conflitto armato da esercizio di sacralità, virtù, coraggio, destrezza, abilità, valore – possibilmente consumato fra professionisti in una pianura lontana dai centri abitati, così come accadeva nel Medioevo – in una glaciale sommatoria di scorribande ad alta tecnologia, distruttive, fredde ed impietose come solo le macchine sanno essere.
D’altronde lo si sapeva già, fin da quando un altro simbolo della modernità, oggi superato, aveva sostituito l’antico guerriero, ponendosi come anello di congiunzione, se così si può dire, fra Achille e i droni. È il miles ignotus, il milite ignoto, l’uomo senza nome, senza volto, senza storia, ammirato e deferito dalla modernità democratica. Questo simbolo novecentesco è l’ennesimo gentile lascito della Rivoluzione Francese che, spedita ogni mitologia in cantina, ha fatto della guerra un fenomeno totale in cui tutti i cittadini sono patrioti e, di riflesso, combattenti. O, per essere più precisi, combattenti obtorto collo, cioè trascinati con la forza al fronte al primo squillo di tromba. Il risultato di tale impostazione è stato quello di trasformare il conflitto, da lotta fra pochi e ben conosciuti uomini, in un fenomeno di massa, popolato, come tale, solo da ignoti cadaveri. Il soldato si è trasformato in una unità numerica, in una statistica da manuale di storia, al pari di quanto oggi possano esserlo gli iscritti a Facebook o i consumatori di pollo fritto. Ma la sua anonimìa non è data soltanto dall’essere un pezzo di carne da macello fra i tanti – sfigurato e reso irriconoscibile dalla battaglia – bensì dall’influenza di quello scomodo compagno di avventure che progressivamente ha iniziato a fargli ombra in modo sempre più oppressivo: la macchina. Il milite ignoto è il soldatino nascosto nella cabina di un aereo o nella pancia di un carro armato, dietro una mitragliatrice, in un centro operativo. È l’uomo con le protesi in acciaio, modello temporaneo in uso finché i mezzi avranno ancora bisogno di essere pilotati, una cambiale a scadenza valida solo fino alla totale autonomia dei droni.
Sepolto sotto queste macerie – sotto la strage democratica dei senza-nome e sotto il ronzio degli aerei comandati a distanza – riposa, alla stregua di un sapore delizioso appartenuto ad un passato mai più incontrato, la salma esanime dell’eroe, figura ancestrale e mitica che sapeva assumere su di sé il compito di essere archetipo, simbolo e modello paradigmatico. Gli eroi ci mancano, al punto da rievocarli artificialmente nei film e nei romanzi, al punto da prenderne le sembianze esteriori nelle carnevalate borghesi, al punto da volerli emulare, spesso con esiti grotteschi (e catastrofici), nella vita di strada. Per chi trascorre l’esistenza in un esilio disperante fra scrivanie d’ufficio e second lives internettiane, si tratta di un’inclinazione più che comprensibile. Eppure, se l’uomo della modernità, oltre a bramare l’eroe, ne conoscesse i tratti essenziali – al di là del plasticoso ritratto del damerino senza macchia e senza paura – forse rimarrebbe sorpreso nel constatare quale distanza siderale l’epoca attuale abbia messo fra noi e la figura in esame.
L’eroe infatti non si limita a battagliare contro il nemico. Le sue prove, prima ancora di essere militari o banalmente guerresche, sono iniziatiche. Draghi, tori, serpenti, cavalieri neri, fatiche di ogni sorta: tutto questo è narrazione reale e racconto simbolico insieme, è sorpasso progressivo di livelli, è ascesa. Perché la guerra possiede sempre un doppio volto, essendo contemporaneamente sia “piccola” che “grande”, intendendosi, nel primo caso, la dimensione fisica del conflitto e, nel secondo, quella interiore, ascetica. E così le imprese di Gilgamesh, nell’omonima epopea babilonese, obbediscono ai canoni di questa doppia lettura così come la distinzione islamica fra Grande e Piccola Guerra Santa (jihad). L’eroe è uno Kshatriya, un guerriero della Tradizione, un soldato-monaco (i Templari), essendo, per altro, la “via guerriera” il sentiero più affine alla sensibilità degli occidentali ed il più consono per abbracciare il sacro, in quanto l’altra possibile alternativa, quella della contemplazione, è una prerogativa essenzialmente (ma non esclusivamente) asiatica. A fronte di tutto questo è comprensibile, ed anzi necessario, che il Nostro scenda negli inferi (Ulisse) per compiere la propria alchemica Opera al Nero, la morte iniziatica da cui si può risorgere nella verità. L’eroe, infatti, è tragicamente tormentato e, lungi dall’essere senza macchia, di colpe ne ha tante, tantissime. Ha spessore. Sia che egli, per usare delle categorie care a Georges Dumézil, si qualifichi come un simil-Vayu, cioè un solitario dotato di forza prodigiosa alla Eracle, che come un simil-Indra, un umano e socievole leader comunitario, l’inciampo è sempre lì ad attenderlo, si tratti di un eccesso d’ira o di una banale esitazione, e le conseguenze verranno scontate fino all’ultimo istante così come disposto dal Fato. E l’ “ultimo istante” non è mai troppo lontano nel tempo: l’eroe, infatti, è sempre giovane. Nel senso che giovane ci muore, come Achille o Alessandro Magno, in quanto caro agli dei (Menandro dixit). E qualora abbia la sfortuna o il curioso destino di percorrere integralmente il ciclo della vita si ritroverà a possedere comunque le virtù di un ragazzo nel corpo di un vecchio, esattamente come il canuto Odisseo che, tornato ad Itaca vent’anni dopo la partenza per Troia, riuscì a tendere il proprio arco, impresa nella quale i più giovani Proci avevano penosamente fallito. Ancora, l’eroe sublima ogni cosa nella pugna, dal rapporto con la propria arma, samurai docent, all’amore che qui non si consuma nell’insulsa quotidianità della vita borghese ma si riappropria di una dimensione sovrumana, in cui il sentimento è dilatato oltre ogni comune vibrazione. E, in tale contesto estatico, l’eroe può arrivare a riflettersi nel nemico, addirittura riuscendo a scorgere in lui l’immagine di sé, proprio come il puro Arjuna della Bhagavad Gita, perché, ancora una volta, il vero scontro è interiore. Inutile aggiungere che, a differenza del milite ignoto, l’eroe ha nome, genìa, compagni d’arme e compagne di vita. Ha virtù certe e tutti i riferimenti per poter essere elevato e non solo retoricamente onorato da un anonimo cerimoniale pubblico.
Kalòs kai agathòs, consegnato all’eternità, sciolto nell’abbraccio del divino, prode. L’eroe è tutto quello che l’uomo moderno non è, così come la guerra contemporanea è tutto ciò che abbiamo sempre aberrato. Qualcuno ha già sostenuto che lasciar combattere i droni potrebbe essere un modo per risparmiare vite umane, consentendo così a queste ultime di continuare a consumarsi di fronte alla tv, ignare di tutto. Tralasciando il fatto che i bersagli, nel conflitto totale, sono quasi tutti strategici e civili (fabbriche, centri decisionali, depositi, navi scorta, palazzi governativi), e dunque i morti – per giunta non militari – abbonderanno comunque, il problema rimane quello, fondante, di aver privato l’uomo di una prova di valore temeraria e volontaria, e di averlo risarcito con il vuoto. Nella guerra degli anni 2000 non ci sono tensioni spirituali, imprese straordinarie, atti di mutua solidarietà, amori travolgenti, sguardi profondi che dardeggiano nel cuore della battaglia. Non c’è niente. Solo il sibilo di un aereo, nunzio di morte che accarezza strade e palazzi, e nulla più.

 

Leonardo Petrocelli

 

 

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