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Nella società moderna, si fa spesso un gran parlare dell’assenza di “modelli da seguire”, di “buoni esempi”, insomma di una “guida” soprattutto per i giovani e le generazioni future.
Ci si lamenta delle mancanze della famiglia e del ruolo sempre più marginale dei genitori nel processo educativo, sostituiti, se non da figure dell’ambito familiare, addirittura da strumenti tecnologici, quali la televisione o giochi elettronici.
E che dire della scuola, istituzione bistrattata, decadente (anche in senso strutturale!), ormai luogo noto più per episodi di bullismo, che per la qualità degli insegnamenti.
Sono i segnali più evidenti di uno sbandamento sociale, riconducibile ad un vuoto interiore, individuale, dovuto, in altri termini, all’assenza di una figura caduta nell’oblio: quella del Maestro.
Eppure, la tradizione occidentale ha saputo esprimere ai massimi livelli l’essenza di questa entità. Basta volgere lo sguardo alla Grecia antica e si scoprirà un mondo abitato da personalità dalla saggezza e dalla profondità sconfinate.
Partendo da Epimenide, esponente di una sapienza oracolare, senza possibilità di contraddittorio, passando per Parmenide, che apre la strada della ricerca della verità attraverso l’argomentazione, si arriva al primo grande esempio di Maestro, Eraclito. “Per i desti il mondo è uno e comune, ma quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio”, diceva il filosofo presocratico, esaltando, così, una delle funzioni più importanti del Maestro, cioè quella di “svegliare” l’uomo dalla propria ottusità e porsi come mezzo di ascesi verso la verità eterna e trascendente. Grazie a Socrate, poi, si consolida l’approccio “maieutico” di questa figura che guida l’allievo a tirar fuori, quasi a “partorire” la conoscenza, secondo una via del tutto personale.
Il Maestro, quindi, non è un contenitore di nozioni che travasa il proprio sapere nell’allievo, non lo plasma a propria immagine e somiglianza e soprattutto, non esibisce mai la sua sapienza per generare in lui un sentimento di adulazione.
Questa stessa concezione, la si ritrova nelle culture orientali, nonostante la distanza geografica che ci divide da quelle tradizioni.
Nel Buddhismo, come in Socrate, il Maestro “sa di non sapere”. Egli è tanto più capace di insegnare all’allievo, quanto più è cosciente della relatività del proprio sapere. In altri termini, la sua “potenza” e la sua “pienezza” di insegnante dipendono da quanto riesce ad essere “vuoto”. E’ l’applicazione del principio dell’anattā, termine traducibile approssimativamente in “non-sé”.
Anche nel taoismo si ritrova questo importante principio e in modo analogo la figura del Maestro viene descritta sia nel sufismo, che nella tradizione ebraica.
Un altro tratto distintivo del Maestro in Oriente è la cura della pratica. In Giappone, nel budō (arte del combattimento), egli guida il discepolo mostrando una sequenza di movimenti, ponendosi come una sorta di specchio che lo aiuti ad individuare errori o difetti nell’esecuzione.
E’ pressocchè impossibile, oggi, trovare figure che possano avvicinarsi a quelle descritte in precedenza, nonostante cresca la necessità da parte del mondo occidentale – sempre più materializzato e decadente – di colmare il proprio vuoto di senso con l’apporto di “guru” e “guide spirituali” dell’ultim’ora.
Tale ricerca, infatti, è confusa, spesso foriera di esiti grotteschi, indice di una totale perdita di vista dei valori fondanti la figura del Maestro.
Basti pensare all’enorme quantità di truffe con protagonisti sedicenti “maestri di vita”, che promettono paradisiaci risvegli interiori ed invece si rivelano esperti prosciugatori di conti bancari.
Nella migliore delle ipotesi, ci si avvicina a queste figure per scopi meramente pratici (benessere fisico, terapie del dolore, etc..), approccio decisamente coerente con la mentalità consumistica ed utilitaristica moderna, ma si dimentica che queste finalità sono lontane anni luce dal significato più profondo dell’insegnamento del Maestro.
Nel deserto della modernità, nella vacuità dei suoi modelli, dei suoi dis-valori, nel suo voler rincorrere il nulla, è sempre più forte il peso di questo grande assente.

 

Gaetano Sebastiani

 

 

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