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Probabilmente, uno degli unici meriti della scienza moderna, in particolare dell’astronomia e dell’astrofisica, è stato quello di aver messo a disposizione dell’uomo un crescente patrimonio di straordinarie immagini dell’universo, in qualche modo capace di espandere i fin troppo angusti orizzonti dell’uomo della presente Età Oscura – non foss’altro che dal punto di vista della sua immaginazione. È vero, infatti, che il meraviglioso panorama cosmico così offerto, non solo agli addetti ai lavori, ma anche al vasto pubblico interessato, non può che provocare il profondo sentimento dell’incommensurabile vastità, bellezza ed enigmaticità del cosmo. È il caso, quindi, di considerare innanzitutto le particolari, e assai rivelatrici, dinamiche psicologiche innescate nell’osservatore da tale sublime visione. In effetti, qualora questo stesso osservatore scrutasse nel contempo nelle profondità di se stesso, al fine di cercare di illuminare, per quanto possibile, la vera natura delle proprie emozioni, o quantomeno di avere un’idea, seppure approssimativa, della direzione in cui si muovono le eco che allora risuonano in lui, scoprirebbe, se è fortunato, che in quei preziosi attimi di meraviglia ed ammirazione, se, da un lato, si sente infinitamente piccolo ed insignificante di fronte all’immensa meraviglia di cui è testimone, dall’altro, sentimento assai sottile e sfuggente, egli si percepisce come l’essere privilegiato per il quale quello stesso spettacolo è stato realizzato. È del tutto indubbio, invero, che, in base alle uniche certezze in nostro possesso, l’uomo è l’unica forma di vita intelligente dell’universo; in un certo senso, limitandosi all’attuale dimensione ontologica, l’essere umano costituisce l’unica coscienza che lo stesso universo può avere di se stesso all’interno di se stesso (diversamente, questa non potrebbe che essere primariamente l’Anima Mundi). E se da un lato l’immenso universo gli parrà come un mondo infinitamente lontano, ignoto e misterioso, dall’altro, esso gli sembrerà come una casa od una patria sconfinata, sì estremamente remota ed enigmatica, ma amata e familiare. Starà quasi per intuire qualcosa di talmente insospettabile, impensabile su di sé, che nessun’altra visione potrebbe mai produrgli lo stesso indefinibile effetto. A questo punto, a voler essere del tutto espliciti, diremo che in questa sua contemplazione dello spazio siderale l’uomo può senz’altro arrivare a sfiorare col pensiero la soglia decisiva del mistero che intimamente lo riguarda, egli potrà infatti presagire o presentire, seppur confusamente od oscuramente, l’essenziale divinità della sua autentica natura. Per una qualche ragione assolutamente inesplicabile, lo spettatore si rispecchierà nel cosmo e vi si identificherà, o meglio, per essere più precisi, si identificherà con il suo trascendente Autore, con l’Intelligenza Suprema che l’ha prodotto e ne ha stabilito le leggi eterne. Per quanto gli risulterà assai difficile rendersene conto, in quei momenti non penserà solo all’idea di un Dio Creatore di quell’infinito tesoro che è il cielo stellato, ma percepirà inconsciamente di essere lui stesso un dio, quello stesso dio che riconosce l’universo come sua casa e patria, quello stesso dio che desidera ardentemente esplorarla e conoscerla. Non è infatti un caso che nei Misteri Orfici l’iniziato affermasse solennemente di essere il figlio spirituale della coppia degli dèi Terra e Cielo stellato, e si facesse identificare dai guardiani dell’Oltretomba col nome mistico di Asterios, che infatti ne ribadisce chiaramente l’origine divina in forma astrale.

Partendo da queste prime e fondamentali osservazioni, questo meraviglioso scenario cosmico che continuamente ci viene così proposto, deve certamente imporre delle precise considerazioni da un punto di vista tradizionale, e perciò faremo dunque riferimento alla sacra tradizione ellenica, la quale ci pare particolarmente adatta allo scopo.

A conferma di quanto dicevamo poco fa, ricordiamo che Platone, nel suo Timeo, afferma che, in origine, fu proprio la contemplazione del cielo stellato a propiziare la nascita della filosofia, giacché lo stupore ed il senso del mistero che, all’alba della Civiltà, esso trasmise all’uomo, portò quest’ultimo ad interrogarsi sulla natura e l’ordinamento dell’universo e a ricercarne tenacemente risposte soddisfacenti. E così, crediamo, anche ad indagare se stesso, come lo stesso dio Apollo, il dio “solare”, esortava a fare. Nel Cratilo, nello spiegare l’origine della parola che designa il cielo, Platone dichiara che esso significa precisamente ‘contemplazione’.

Nella Repubblica, paragona il Bene, l’Uno Supremo al Sole che illumina, cioè fa esistere, tutti gli enti; esso è il Sole metafisico per eccellenza, che, essendo una realtà sovraintelligibile, ossia del tutto inconoscibile per mezzo della sola intuizione spirituale, di gran lunga precede Fanes, il Sole intelligibile, che è chiamato Eros nel Simposio e Vivente perfetto o modello eterno nel Timeo.

Sempre nella Repubblica, il Maestro di Atene, afferma pure che la vera scienza del cielo non deriva affatto dalla sua osservazione empirica, ma da una sua conoscenza a priori, che non considera affatto il cosmo in quanto insieme di fenomeni naturali esteriori, bensì come un universo eterno, incorporeo, invisibile ed ultraterreno, costituito di pure idee – da non confondere affatto con i meri concetti della mente umana. Per Platone, per ogni luna, pianeta, stella, sistema planetario o galassia, esiste, ancor prima, in quell’universo divino ed ideale, un corrispondente ente perfetto ed eterno, che ne costituisce sia il modello che la causa trascendente ed incorruttibile. La sua vera ed immortale essenza. In questo senso, se l’Idea di un astro, in quanto ente eterno e trascendente, è un dio, allora quell’astro, fisicamente inteso, non è che il corpo sensibile di quello stesso dio a cui esso è legato. L’astro è dunque il corpo visibile dell’Idea incorporea ed invisibile, perfetta ed imperitura, dell’astro stesso. Il cosmo corporeo e sensibile è solo la manifestazione esteriore di quello divino ed eterno. In effetti, in conseguenza di ciò, ognuno dei pianeti del sistema solare, in quanto sua manifestazione nell’ambito sensibile, veniva associato ad un particolare dio dell’Olimpo. Per tutte queste ragioni, dunque, osservare gli astri nel cielo visibile, significava necessariamente contemplare indirettamente gli dèi invisibili. Ogni corpo celeste, quindi, non costituiva per l’uomo antico soltanto un oggetto fisico, ma un vero e proprio ente sacro ed un simbolo religioso su cui concentrarsi per meditare e potersi orientare verso il Divino.

Tutta questa concezione metafisica dell’universo fisico, di per se stessa assai importante e significativa, riveste un ulteriore ed eccezionale importanza nel momento in cui il simbolismo che la esprime diviene la diretta formulazione dello stesso politeismo, sia di quello greco che di qualunque altro possa considerarsi ugualmente ortodosso. Per evidenziare questo aspetto dobbiamo ora necessariamente riferirci a quella parte del simbolismo astronomico che si serve del dualismo notte/giorno. Di giorno, infatti, l’unico astro visibile è il Sole, mentre di notte, esso diviene inevitabilmente del tutto invisibile; dimodoché, appaiono invece solo la Luna e tutte le altre stelle del cielo, a loro volta completamente invisibili nella fase diurna. Ebbene, prendendo come base simbolica tale situazione complessiva del ciclo giornaliero, e riferendosi alla più elementare differenza tra le forme tradizionali del Sacro, si potrebbe affermare che il Sole diurno costituisca il simbolo stesso del monoteismo, giacché, così come esso è l’unico l’astro visibile e l’unica fonte luminosa che illumina l’intero mondo, così è ugualmente unico il dio professato da ogni autentica tradizione monoteista. Alla stessa maniera, il cielo notturno, con la sua miriade di stelle scintillanti, ci appare precisamente come il simbolo visibile di quella pluralità di dèi, che caratterizza appunto qualunque politeismo. Tuttavia, la contrapposizione apparente tra le due forme del sacro cessa di essere così irriducibile, come sembrerebbe in un primo momento, se si tiene conto del fatto assai evidente che identica è la natura luminosa tanto del Sole diurno quanto degli astri notturni e che il Sole è gerarchicamente primo ed egemone rispetto ad essi – ricordiamo, infatti, che nelle tradizioni nordiche riveste una notevole importanza sacrale il Sole di mezzanotte. In effetti, bisogna pensare che gli astri non siano che numerose manifestazioni e specificazioni dell’unico ed essenziale principio luminoso indicato dal Sole; per cui, metafisicamente, gli dèi non sono quindi altro che le molteplici forme e specificazioni dell’unica Divinità originaria; ad esempio, questo è esattamente quanto esprime Macrobio nei suoi Saturnali, quando, affermando che i dodici segni zodiacali costituiscono altrettanti aspetti del Sole, praticamente allude al fatto che i dodici dèi dell’Olimpo non sono che altrettante forme dell’unico Zeus.

Tanto nel caso del ciclo diurno che in quello notturno, quindi, l’idea di un unico principio luminoso egemone sulla molteplicità ad esso connessa viene affermata con forza; infatti, se nel primo caso il Sole ha un ruolo assoluto, anche nel secondo si ha che la Stella polare risulti l’astro dominante all’interno della molteplicità stellare; essa è, per così dire, la prima della gerarchia stellare. D’altronde, è ben evidente, quindi, che, qualunque forma possa rivestire una sacra tradizione, il principio della luce, in tutti i suoi significati, è sempre assolutamente centrale e fondamentale. Sarebbe inoltre assai interessante studiare i particolari rapporti simbolici sussistenti tra la stella polare ed il Sole, soprattutto quando si tratti di quello di mezzanotte. È comunque del tutto certo che nessun politeismo ortodosso può ammettere una pluralità “orizzontale” di dèi, bensì soltanto una che sia “verticale”, ossia una precisa gerarchia di dèi, che fa necessariamente capo ad un unico Principio supremo, trascendente e dominante rispetto ad essi. Bisogna inoltre considerare che la fase diurna e quella notturna sono i due aspetti complementari dell’unico ciclo giornaliero, così come la rivelazione e l’occultamento non sono che i due differenti stati in cui la Divinità può trovarsi rispetto a chi potrebbe o vorrebbe contemplarla o congiungersi ad essa. Con tutto ciò non intendiamo però affermare che i due differenti tipi di tradizioni non possano sussistere se non in una qualche reciproca simbiosi, dato che è fin troppo evidente che esse sussistono sempre nella loro necessaria autonomia, costituendosi nella loro specifica forma. In verità, nel caso dei “politeismi” il culto ed il simbolismo solare e diurno si coniuga sempre e perfettamente con quello stellare e notturno. Il preciso rapporto tra i due simbolismi è puntualmente espresso dagli antichi miti trasmessi dal divino Orfeo, infatti, secondo la sua teologia, è solo quando il dio Fanes, lo «Splendente», l’Intelligenza intelligibile, il Sole intelligibile si unisce alla dea Notte, a lui indissolubilmente unita, che sorgono Urano e Gea, ossia il Cielo e la Terra divini, i quali, a loro volta, genereranno tutti gli altri dèi, i Titani, dai quali, successivamente, procederanno gli dèi dell’Olimpo. Orfeo dice che in origine, infatti, nell’Intelligibile non vi era alcuna luce divina prima che Fanes si manifestasse, ed egli era appunto il solo a risplendere, prima che insieme a Notte generasse la molteplicità degli dèi uranici – Esiodo, appunto, chiama Urano «Cielo stellato». Notte è l’Intuizione o Intellezione intelligibile, infatti è ben chiaro che l’Intelligenza intelligibile non può essere in alcun modo separata dalla propria attività intelligente; inoltre Orfeo dice appunto che nessuno degli dèi uranici potè vedere Fanes direttamente, perché tale privilegio apparteneva solo alla dea; e Proclo pure afferma che essa è di natura intelligibile-intellettiva.

Notte, in qualche modo, catalizza la fecondatrice luce intelligibile di Fanes e la convoglia nella generazione di Urano e Gea; così facendo, in qualche modo ne limita la forza, che prima, al suo proprio livello, era assoluta. In un certo senso, tale delimitazione è come un occultamento od una eclissi parziale di tale luce. Orfeo, infatti, afferma che Fanes e Notte abitano da soli un antro sacro, e Porfirio insegna che uno dei principali significati simbolici che questo possiede è proprio quello dell’invisibilità propria del mondo divino, ossia lo stato di occultamento che intrinsecamente gli appartiene. Diversamente, si potrebbe pensare che Notte agisca come un diaframma, un prisma od uno schermo capace di scomporre o differenziare la luce intelligibile così come avviene per la pioggia nel caso degli arcobaleni. Ritornando a considerare, invece, Fanes come l’Intelligenza intelligibile e Notte come l’Intellezione intelligibile, è evidente che la seconda, con la sua azione discriminante, agisce nella prima in modo da produrre la molteplicità effettiva delle idee che l’Intelligenza può concepire.

Tutto ciò, in termini metafisici, significa che finché sussiste l’Essere in modo unico, assoluto ed esclusivo non possono sorgere gli esseri molteplici, così come, finché sussiste esclusivamente l’unica Intelligenza o l’unica Idea universale, non possono in alcun modo venire alla luce le numerose e differenti intelligenze ed idee divine. È come dire che all’interno di un’unica, infinita e sfolgorante luce bianca o incolore, non è assolutamente possibile vedere altre luci o colori, giacché questi possono sussistere solo per differenziazione della prima luce suprema e non possono apparire affatto se essa non concede loro lo spazio necessario a potersi manifestare. Il fatto che l’unico Essere o che l’unica Intelligenza od Idea universale si trovi in qualche modo “eclissata” od “oscurata”, cioè occultata, dalla Notte, o da qualunque altro principio divino in grado di far sì che la sua unicità venga “superata”, e nel contempo riaffermata, dalla nuova molteplicità che necessariamente deve emergere, esprime appunto la dinamica essenziale del rapporto Uno-Molti, Unicità assoluta-Pluralità infinita, che è senz’altro il tema fondamentale di ogni autentica metafisica.

Tutto ciò viene decisamente confermato dalla dottrina metafisica di Proclo, il quale afferma che Fanes è anche la Molteplicità intelligibile, ossia lo stesso principio unitario e trascendente di ogni molteplicità effettiva; così come Notte è l’Alterità intelligibile, cioè il principio supremo di ogni distinzione o differenziazione. Congiunti, essi generano il Numero intelligibile, ossia la prima molteplicità propriamente detta, ossia composta di termini ben distinti tra loro, che corrisponde allo stesso ordine divino originato da Urano e Gea. Ciò avviene precisamente in quanto la Molteplicità primaria ed indifferenziata, agendo su se stessa per mezzo dell’Alterità differenziante che le appartiene, produce la molteplicità differenziata e compiuta; e ciò è esattamente lo stesso del dire che l’Intelligenza assoluta, agendo su se stessa per mezzo dell’Intellezione assoluta – da se stessa generata -, concepisce in se stessa la molteplicità diversificata delle Idee.

Sulla base di quanto sinora esposto è possibile benissimo intuire il modo in cui Orfeo deve aver elaborato questo mito: egli deve aver certamente immaginato un Sole unico che, unendosi amorosamente ad una Notte senza stelle, genera il notturno Cielo stellato; un simbolismo tanto semplice nella sua forma quanto potente e ricco nella varietà e profondità dei significati che racchiude ed esprime.

Dobbiamo invece introdurre ora un ulteriore discorso tenendo nuovamente presente la metafora solare che Platone impiega a proposito dell’Uno e riferendoci nuovamente alle due fasi complementari del ciclo giornaliero. Nella fase diurna del ciclo giornaliero il Sole illumina tutto quanto è presente sulla Terra e quindi parrebbe che esso sia la causa della manifestazione delle cose terrene, se appunto consideriamo l’ambito terrestre come simbolo del complesso delle realtà corporee e sensibili. Viceversa, nella fase notturna del ciclo, l’occultamento del Sole, se da un lato causa l’oscuramento degli enti terreni, dall’altro rende manifesta la presenza luminosa delle entità celesti, le quali da sempre, come dicevamo all’inizio, simboleggiano le pure realtà spirituali – o gli dèi -, le quali sono infatti del tutto invisibili ed impercettibili nell’ambito naturale; infatti, un illuminante detto sapienziale dei Sufi afferma che ciò che è tenebra per i sensi è luce per lo spirito, e viceversa. Tutto quanto fin qui detto ha valore laddove l’analogia generale a cui ci si riferisce è presa in un certo senso, perché se invece essa dovesse essere assunta in senso inverso si avrebbe un altro interessante quadro di significati; per cui, prendendo le cose terrestri quali simboli dei loro archetipi spirituali, il Sole che le illumina di giorno rappresenterebbe lo stesso Uno che “concepisce” tutti quegli stessi archetipi, ossia le Idee eterne. Per la stessa ragione, l’oscurità notturna, occultando tutti gli enti terrestri, nasconderebbe simbolicamente quelle stesse Idee immortali, facendo invece apparire delle luci che, rispetto al Sole, si trovano ad occupare un rango ad esso inferiore e subordinato, ossia manifesterebbero degli stati della consapevolezza che sono notevolmente meno nobili del suo stato “solare”. Ci riferiamo qui al fatto che, secondo il simbolismo tradizionale, il Sole rappresenta lo Spirito o l’Intelligenza spirituale – che è cosa affatto diversa dalla ragione comunemente intesa -, mentre la Luna indica l’Anima, infatti questo astro è visibile perlopiù di notte, quando le forme si trovano in stato di occultamento, il che sarebbe come dire che solo quando lo Spirito si trova nascosto alla consapevolezza dell’individuo è possibile che questi conosca unicamente la forma di coscienza che è propria dell’Anima. Per tale ragione, ad esempio, Macrobio, nel suo Commentario al sogno di Scipione, ci trasmette quell’arcaico sistema simbolico secondo cui ciascun pianeta del sistema solare rappresenta una specifica funzione o facoltà dell’anima. Sempre nel Timeo, invece, Platone afferma innanzitutto che è nell’Anima del Tutto che preesiste il cosmo nella sua pura forma psichica e che, inoltre, l’essere umano deve imitare nella propria interiorità lo stesso ordine e la stessa permanente regolarità che le orbite celesti manifestano col loro misurato ed armonico procedere.

Concludiamo ora con un breve cenno al summenzionato Sole di mezzanotte, il quale ci pare in qualche modo significare la stessa idea espressa dal simbolo esoterico del “Sole che sorge ad occidente”; infatti, in entrambi i casi si tratto dell’astro solare che risplende trionfante sull’oscurità in cui si manifesta, che appunto caratterizza tanto la notte quanto l’occidente, inteso quale luogo del tramonto del Sole, ossia della sconfitta o morte metaforica della luce. Visti in questi termini, sia il Sole di mezzanotte che il “Sole che sorge ad occidente” esprimono magnificamente, sia nell’ambito macrocosmico che microcosmico, l’idea dello Spirito che risorge sfolgorante dalle tenebre della coscienza e si afferma definitivamente vittorioso sull’ignoranza e l’illusione dell’Io.

 

 

Giovanni M. Tateo


 

 

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