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Recensione

Stati di allucinazione (Altered states), 1980

di Ken Russell

con William Hurt

tratto dal romanzo di Paddy Chayefsky

 

 

Questo è certamente uno dei più importanti ed originali film di fantascienza di sempre, e crediamo anche il più interessante tra tutti quelli di cui William Hurt è stato finora protagonista. Siamo lontani anni luce da Guerre Stellari o Star Trek, e la storia raccontata non è affatto ambientata in un remoto futuro ed in lontane ed ignote galassie, ma nel presente e nel nostro mondo. Un inquieto e spregiudicato antropologo, il dr. Jessup, arso da una divorante sete di conoscenza, non solo circa le origini della razza umana, ma dell’intero universo, si lancia in una ricerca scientifica estrema, che lo condurrà al di fuori dell’umano. L’idea è di sperimentare stati alterati di coscienza – da qui il titolo originale della pellicola – in modo da poter esplorare, per mezzo di essi, territori cosmici altrimenti inaccessibili alla scienza ordinaria. Inizialmente, lo studioso partecipa ad un rito iniziatico di una tribù primitiva dell’America Latina, ed assumendo una particolare droga psicotropa entra nell’allucinante mondo delle reminiscenze ataviche. In questo modo, non solo vive una prima e potente esperienza di coscienza alterata, ma innesca un profondo e radicale processo di trasformazione – non solo psichica, ma anche fisica – la cui svolta decisiva si produce nel momento in cui si sottopone a ripetute sedute di deprivazione sensoriale all’interno di una speciale camera atta allo scopo. A questo punto avviene l’inaspettato e l’indicibile: isolata quasi completamente dall’ambiente esterno, la mente di Jessup muta drasticamente il proprio rapporto con la realtà e compie un viaggio a ritroso nello stesso percorso biologico che, nell’arco di ere incalcolabili, avrebbe prodotto evolutivamente la specie umana. Jessup si trova quindi a mutare anche sul piano corporeo e a regredire ad uno stadio evolutivo umano precedente l’attuale, trasformandosi effettivamente in un ominide preistorico. La metamorfosi è temporanea, ma non vi sono limiti alle possibilità concrete della regressione ormai attivata, la quale, verso la fine, si sposta dal piano organico-biologico a quello puramente molecolare; e Jessup si ritrova a dover affrontare la spirale inversa dell’evoluzione materica dello stesso universo, vedendo ridotto il proprio stesso corpo ad un ammasso grottesco, quasi amorfo, e pulsante delle brute energie primordiali; rischiando da ultimo di precipitare nel nulla assoluto che avrebbe preceduto il Big Bang.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riesce infine a scampare all’annientamento, e a tornare completamente umano, solo grazie al fortissimo legame affettivo che lo unisce alla moglie.

Da un punto di vista tradizionale, il film, pur avendo il merito indiscusso di evocare i più profondi interrogativi che l’uomo possa porsi riguardo a se stesso ed al cosmo, è da ritenersi assolutamente sovversivo ed in diversi modi. In generale, è innanzitutto evidentissimo che la visione del mondo che fa da sfondo è la diretta espressione della cultura scientista ed evoluzionista moderna. Malgrado i grandi temi esistenziali affrontati, qualunque idea teologica è del tutto assente, così come lo è qualunque effettiva prospettiva filosofica. Il messaggio principale è che la ricerca della verità ultima sulla realtà universale può e deve essere condotta unicamente in un contesto scientifico, per quanto eterodossi, azzardati e pericolosi siano gli esperimenti condotti a tal fine.

Solo due idee appaiono compatibili con l’ortodossia tradizionale: la prima è che la ricerca della verità ultima deve essere condotta all’interno del soggetto stesso che la desidera, per cui la conoscenza del macrocosmo (l’universo) deve iniziare da quella del microcosmo (l’uomo); mentre la seconda idea valida è che è impossibile separare lo stato in cui si trova la coscienza dallo stato complessivo dell’essere in cui si trova il soggetto cosciente; anche nella sua dimensione corporea, quindi. Ciò appunto significa che un mutamento radicale della coscienza può produrre conseguentemente anche un mutamento effettivo e notevole della fisicità o corporeità del soggetto in questione, o anche dell’ambiente in cui è inserito. Queste, dunque sono le uniche rimarchevoli eccezioni al quadro concettuale generale, giacché, sciaguratamente, il film suggerisce, neanche tanto sottilmente, l’idea che, pur essendo il pensiero tanto potente da ripercorrere all’indietro, e non solo teoricamente, persino la stessa storia dell’universo, esso non può attingere la verità se non regredendo, se non precipitando dallo stato umano a quello subumano; dall’organico all’inorganico, dal kosmos al caos. Purtroppo, vediamo il pensiero ridursi a materia e successivamente assistiamo con orrore al suo conclusivo trovarsi sull’orlo del mero niente. In effetti, l’esito finale della ricerca assume un significato totalmente nichilista: al termine del viaggio verso le origini del cosmo non vi è appunto che il puro nulla – con buona pace di quel fondamentale principio ontologico e logico secondo cui dal nulla non può mai derivare alcunché -, che infatti rischia di annichilire lo stesso temerario ricercatore. Solo la rinuncia alla sua ricerca, alla conoscenza definitiva che desidera, lo salva e gli conserva l’umanità. Per quanto il lieto fine venga così garantito, è tuttavia evidente che si tratta di un’immensa sconfitta su tutti i fronti possibili. In effetti, in quelle condizioni, il bivio avrebbe condotto in ogni caso alla disfatta totale: sia rinunciando alla risposta ultima e sia trovandola, giacché essa avrebbe significato unicamente l’annientamento sia dell’individuo che dello stesso significato della realtà. In effetti, si tratta di un vicolo cieco in cui la scienza reale si trova davvero, quando rifiuta categoricamente, e per partito preso, di ammettere qualunque principio trascendente quale causa prima dell’universo.

 

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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