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Il grande storico dell’arte Hans Sedlmayr ci ha trasmesso l’importante insegnamento secondo cui è precisamente nelle arti figurative che è possibile ravvisare le prime e più potenti manifestazioni della profonda crisi interiore dell’uomo moderno, nonché, per la medesima ragione, le più sinistre e nefaste espressioni della decadenza della cultura e della civiltà. Se così è, come assolutamente ne siamo persuasi, dev’essere anche vero il contrario, ossia che allo stesso modo è possibile individuare, talvolta, dei considerevoli tentativi di opporsi a tale crisi e a tale decadenza.

Non intendiamo qui parlare di una forma di vera e propria arte sacra, legata alla Tradizione, ma di un’avanguardia artistica che, pur non essendo affatto legata alla cultura sapienziale, ha istintivamente, spontaneamente, espresso una forte reazione contraria a tutte quelle tendenze che, anteriormente al suo avvento, avevano dominato in maniera incontrastata il panorama artistico dell’era della modernità. Dopo che il XX° secolo aveva espresso tutte le principali correnti dell’arte modernista, la maggior parte delle quali – forse con la sola eccezione del surrealismo – si erano fondate su una profonda distorsione, per non dire quasi negazione, del linguaggio stesso della pittura, nasce e si sviluppa una diversa corrente, che – in assoluta controtendenza con l’arte contemporanea – ne riafferma con una forza estrema la validità assoluta originaria. È l’Iperrealismo, ossia quella forma d’arte che ritrae la realtà con una tale potenza e verosimiglianza descrittiva da tendere sistematicamente ad eguagliare la stessa riproduzione fotografica. Gli artisti che appartengono a questa tendenza ritraggono solitamente paesaggi urbani, momenti od ambienti legati alla vita quotidiana, o spesso solo dettagli, particolari generalmente ritenuti insignificanti nella nostra esistenza, oggetti familiari e di uso comune, dipinti con una tecnica sbalorditiva per la nitidezza e l’accuratezza straordinarie con cui essi vengono trasferiti sulla tela.

Sappiamo bene che spesso questi artisti sono animati da precise intenzionalità o finalità ideologiche, ma qui intendiamo portarci molto al di là da considerazioni accademiche, per poter invece esprimere un discorso ulteriore sulla loro opera, giacché intendiamo considerare l’Iperrealismo nella sua relazione pura, assoluta, sia con la nostra emotività e con la nostra coscienza, e sia con la realtà generale della presente Età Oscura, della quale non solo loro, ma anche noi, siamo osservatori, testimoni ed interpreti. E anche se, da un certo punto di vista, assume un differente significato il dipingere direttamente dal vero oppure basandosi su di una fotografia; nella prospettiva in cui intendiamo porci, ciò è del tutto trascurabile, in quanto in ambedue i casi è la pittura pura ad essere centrale in quest’arte; anzi, forse è ancor più nel secondo caso che la pittura si riafferma, poiché lancia una sfida frontale all’apparecchio fotografico, cioè, in generale, alla “macchina”, e quindi, per trasposizione simbolica, alla stessa modernità fondata sulla meccanicità ed il meccanicismo. E c’è inoltre da sottolineare, nella stessa direzione concettuale, che in questo modo, infatti, con la precisa – anzi ideologica – volontà di un enorme affinamento dalle competenze ed abilità dell’artista, si riaffermano soprattutto la necessità e l’aspirazione al potenziamento delle facoltà umane, piuttosto che il potere artificiale della “macchina”. A questo proposito, è anche doveroso aggiungere che, dopo molto tempo, dopo i furori iconoclasti delle più estreme avanguardie moderniste, non solo il concetto stesso di “forma” ritorna pienamente in auge in pittura, ma anche, sia implicitamente che esplicitamente, quello di “perfezione”, legata appunto alle mete finali che gli artisti si prefiggono con le loro realizzazioni, ed agganciata a dei riferimenti estetici e di valore, che risultano oggettivi ed universalmente riconoscibili. E ancora, se si volesse essere ancor più rigorosi, si dovrebbe persino affermare che l’idea stessa di comunicazione e di linguaggio viene integralmente ripristinata nell’arte, perché chi mai potrebbe negare, ad essere del tutto sincero, che l’“action painting”, l’“astrattismo”, o, in generale, tutta la pittura “informale” – poiché il loro codice espressivo, ermeticamente chiuso nell’assoluta soggettività dei loro autori, non si incontra mai con quello ricettivo dello spettatore – non sono che altrettante forme di totale incomunicabilità?

Molti detrattori di questa nuova arte pittorica verista sono soliti accusare i suoi campioni di mero tecnicismo esasperato, di ricerca fine a se stessa del virtuosismo pittorico, di inutile sfoggio di realismo e di capacità mimetica portati all’estremo. Si tratterebbe di una specie d’arte del tutto priva, a differenza delle avanguardie storiche, di una sua specifica ed innovativa teoria dell’espressione pittorica, di una propria coscienza critica dell’arte stessa, di un proprio concetto originale e rivoluzionario di essa. Insomma, secondo costoro, essa sarebbe un’arte, non solo per niente originale, povera di idee sul piano del linguaggio espressivo – essenzialmente classico in quanto figurativo fino all’eccesso -, ma addirittura vuota, priva di anima. Assolutamente inutile. Ma è davvero così? Si dovrebbe innanzitutto dire che gli artisti iperrealisti non erano affatto obbligati a rivoluzionare ancora una volta l’arte, essi non sono tenuti a sottomettersi al dogma imperante della rottura col “passato” e del cambiamento espressivo o contenutistico fine a se stesso. L’arte degli iperrealisti, intrinsecamente, è già profondamente motivata e legittimata dal puro amore della pittura in se stessa, che essi certamente dimostrano col loro stupefacente lavoro. E quand’anche l’immagine riprodotta da quest’arte ci apparisse piatta, ossia in se stessa vuota di senso, o puramente illusionistica od illusoria – come infatti talvolta l’artista precisamente intendeva che fosse -, essa ci provocherebbe, ci inciterebbe a chiederne la ragione, a metterne in discussione la validità. In questo modo, questa corrente mette sotto accusa la stessa moderna “civiltà dell’immagine”, anzi lo stesso sistema culturale e sociale basato sulla mera apparenza, sulla suggestione illusionistica, sulla persuasione occulta. Su tutto ciò l’Iperrealismo ottiene la sua grandiosa rivincita: dopo aver restituito alla pittura la sua dignità, la sua forza ed il suo valore originari, per mezzo di esso l’arte trionfa addirittura sulla stessa simulazione massmediatica, sulla pubblicità della società dei consumi, sulla propaganda del pensiero unico dominante. In effetti, è macroscopicamente evidente che, nel momento stesso in cui esso “fotografa” il mondo moderno, inevitabilmente ne esprime una critica radicale, lo pone sotto accusa, e ci costringe a vederlo con uno sguardo decisamente più attento, più acuto, quindi più interrogante, più problematico, perché non si tratta più di viverne concretamente la sostanza, ma di fermarsi ad una certa distanza mentale da esso e di poterlo finalmente guardare senza urgenze e costrizioni di nessun tipo. In quel momento, la modernità è nuda ed indifesa davanti allo sguardo dello spettatore; essa è costretta a rivelare la sua vacuità ed insignificanza culturale ed esistenziale, giacché la sua osservazione silenziosa, non più impedita dal rumore di fondo creato dai mass-media, o da tutta una “cultura” che non esprime e non produce consapevolezza, la smaschera completamente.

Soprattutto, al di là di ogni sua intenzione polemica in termini sociali o politici, l’estremo realismo descrittivo che anima l’Iperrealismo è nel contempo incessante interrogazione esistenziale, filosofica. L’estrema evidenza verista dell’immagine dipinta del mondo non nega affatto la sua enigmaticità, il suo mistero trascendente, ma li sottolinea, li rimarca, anzi li grida come solo la grande arte può fare. L’Iperrealismo è dunque un atto di libertà, di ribellione, che rivendica all’uomo il diritto supremo di domandare il significato della realtà, di esigerne la verità nascosta dietro le sue manifestazioni esteriori, e di chiedere nel contempo quale debba essere il posto dell’essere umano nel mondo. E se questo posto è appunto quello che effettivamente egli già occupa e conosce, chiede cosa ciò significhi, quale sia l’essenza di questa posizione, di questa identità. In verità, bisogna recepire il messaggio silenzioso che quest’arte ci trasmette: non si può affatto parlare di una mera, meccanica riproduzione visiva degli oggetti, ma dell’atto intelligente di chi la realtà sa vederla ed imitarla in maniera fedele ed oggettiva. Un quadro iperrealista non è affatto una fotografia, proprio perché non è affatto un oggetto inanimato come una macchina fotografica a catturare la realtà, ma la vista, la mente e l’arte di un essere umano sensibile ed interessato a ciò che lo circonda, agli elementi della propria esperienza terrena, ai dati anche minimi della propria vita vissuta nel presente. Quest’arte esprime una veduta sul mondo, che è autentica partecipazione emotiva all’esistenza ritratta – giacché è fin troppo evidente che l’artista è presente nel panorama che dipinge, o si pone di fronte ad esso, o comunque desidera un contatto con esso – e nel contempo osservazione imparziale, visione limpida ed impersonale, contemplazione serena della realtà, che non impedisce affatto, ma anzi stimola fortemente l’indagine su di essa. L’artista iperrealista, dunque, è e vuole essere parte del mondo che vive, osserva e rappresenta, ma nello stesso momento lo trascende, giacché è capace di porsi di fronte ad esso con voluto distacco, per poterlo guardare oggettivamente, senza alcun filtro interpretativo soggettivo od individuale – è infatti per questa ragione che molti iperrealisti non dipingono direttamente un oggetto, ma la sua foto. In qualche modo, quindi, egli si pone di fronte alla realtà come un autentico filosofo.

D’altro canto, l’arte iperrealista ci restituisce gli oggetti del vivere quotidiano in quella luce magica che solo la vera arte può restituire loro, quella stessa luce che, pur essendo sempre presente in essi – ed in noi -, noi normalmente non vediamo, perché pensiamo solo al loro mero valore d’uso o di scambio. Improvvisamente, tutto cessa di essere banale, scontato, futile, trascurabile o addirittura insignificante. Di colpo tutto brilla di uno splendore inaspettato, incredibile, stupefacente: la luce dell’esistenza che all’improvviso s’impone alla nostra attenzione, alla nostra ritrovata concentrazione su di essa. Quasi filtra e traspare la luce invisibile dell’Essere stesso. Perché tutt’a un tratto persino le cose più prosaiche splendono di questa luce nuova ed affascinante? Semplicemente perché ora sono state miracolosamente tramutate in arte, mentre prima erano semplicemente “oggetti”, “cose”, che, in quanto tali, ci erano del tutto indifferenti. Prima erano solo corpi, materia, mentre adesso sono il pensiero dell’artista che le ha vedute e trasformate in immagine. Non sono più solo cose concrete, ora sono cose viste, realtà pensate e fedelmente dipinte. Sono diventate coscienza degli esistenti, coscienza dell’esistere. In effetti, questo stupore è profondo, perché non nasce semplicemente dal realismo della pittura in se stessa, dal suo effetto immediato, dall’impatto emotivo della sua estrema verosimiglianza, ma, piuttosto, dalla consapevolezza della tremenda capacità dell’artista di “fotografare” la realtà attraverso la sua sola capacità di vederla e di descriverla esattamente; e, inoltre, si badi bene, dalla netta percezione che egli dimostri di conoscere perfettamente il modo in cui in generale l’uomo vede la realtà e la rappresenta, il suo modo di codificarla otticamente e pittoricamente. L’Iperrealismo, quindi, è una visione pittorica che non solo “fotografa” la realtà, ma nel contempo anche lo sguardo dell’artista stesso, l’arte stessa, lo stesso sguardo umano, metaforicamente la nostra stessa coscienza delle cose. Malgrado la grande forza con cui l’oggetto dipinto si impone allo spettatore, in verità, è il soggetto che l’ha dipinto, l’artista stesso, il vero centro di quest’arte, l’oggetto autentico della nostra ammirazione, il cuore luminoso del nostro stupore e della nostra meraviglia. Partendo apparentemente dagli oggetti visti si ritorna immediatamente a colui che li ha visti e rappresentati; dalle cose esterne si ritorna all’uomo, che è sempre stato il centro di tutto. La pittura, che è imitazione della vita, finisce per restituire alla vita stessa la sua stessa essenza – o quantomeno per reintegrarne l’esperienza -, che è coscienza, giacché l’esistenza non può esistere senza essere percepita – infatti, non si dà mai la realtà senza la necessaria consapevolezza di essa -; e nella percezione che ne abbiamo, tale essenza dipende in gran parte dal modo in cui guardiamo ad essa, dalla meraviglia che è in noi e che possiamo nel contempo proiettare su di essa e riconoscere in essa. La bellezza e lo splendore delle cose non risiede solo nelle cose stesse, ma anche nello sguardo che sa scoprirvelo. L’Iperrealismo, attraverso il suo acuto sguardo proiettato sulla tela, riaccende l’acutezza, la bellezza e lo splendore del nostro stesso sguardo. Lo risveglia, lo resuscita. Esso ci rende consapevoli di quanto siamo distratti e lontani dalla nostra stessa vita, da quanto visivamente ci circonda: forme, volumi, linee, colori, luci, ombre, riflessi, etc. Ci ricorda che per la maggior parte del tempo guardiamo il mondo senza vederlo veramente; incoscientemente, come fossimo in trance o sonnambuli. Tutto ci passa davanti, ma ci sfugge, si dilegua, ci resta ignoto. Vi siamo insensibili a causa dell’abitudine, della noia, della fretta, della frenesia della vita moderna, dei suoi ritmi disumani, del suo consumismo onnivoro ed insaziabile, della superficialità, che svuota ed isterilisce persino l’esperienza del concreto, del tangibile, del visibile.

L’Iperrealismo ci restituisce uno sguardo umano su un mondo, il nostro, che, sia esteriormente che interiormente, ogni giorno di più diviene disumano, antiumano, con la sua freddezza, vacuità, illusorietà, menzogna od insignificanza programmate. Con la sua insensibilità e cecità alienanti. Sia che l’Iperrealismo rappresenti spietatamente questo nostro microcosmo svuotato di senso e di bellezza da uno stile di vita artificiale, e sia che invece ce lo mostri nella sua bellezza episodica, parziale e frammentaria, che fino a poco prima non eravamo più capaci di riconoscere, esso ci consente di riappropriarci della verità visibile del nostro vissuto moderno e della nostra necessaria attenzione verso tutto ciò che ogni giorno incontriamo ed attraversiamo. Ci spinge a cercare costantemente la bellezza di cui abbiamo intimamente bisogno e ci insegna a trovarla anche nelle cose più piccole, quelle che nella nostra immaginazione sono consunte dal loro uso abituale; anche nei momenti, negli istanti che sottovalutiamo e che rischiano così di trascorrere inavvertiti. Ci avverte che tutto rischia di divenire invisibile, impercettibile, cioè realmente non vissuto, qualora la nostra mente divenga disattenta, distratta, preda del tempo, che scorre rapido e cancella tutto nel momento stesso in cui ci appare. L’arte iperrealista, infatti, è sottilmente, ma in maniera sublime, poesia della vita giornaliera, poesia dell’esperienza, metafisica del presente, insegnamento silenzioso della presenza di se stessi a se stessi nell’attimo vissuto mentre lo si vive, mentre lo si pensa e se ne è coscienti vivendolo. Insegnamento sottile e prezioso della visione esteriore che diviene visione interiore. È metafisica ed esercizio della visione attenta, consapevole ed incantata nello stesso tempo. È meditazione, sia simultanea che posteriore, di ciò che vediamo, di ciò che sperimentiamo; ed è restituzione del senso dell’incantamento del mondo, della meraviglia dell’esistenza. Essa ci ricorda che la realtà visibile non può mai esaurire la realtà autentica, può solo esprimerla o negarla; che ciò che vediamo è sempre è solo comunicazione, linguaggio, simbolo che rimanda ad altro. È nostalgia dell’Essere. Quasi certamente molto al di là delle sue intenzioni e delle sue finalità, con l’arte iperrealista siamo psichicamente ad appena un passo dalla teofania, che abbraccia ed attraversa tanto le cose del mondo quanto noi stessi, che le percepiamo e le viviamo.

 

Giovanni M. Tateo

 

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