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Se c’è qualcosa che possa esprimere nel modo più significativo l’immenso divario tra l’arte profana moderna e l’arte sacra tradizionale, ebbene, quello è il Mandala orientale. Il termine sanscrito, il cui equivalente giapponese è ‘mandara’, indica la rappresentazione visiva simbolica dell’universo divino. Tale forma di arte sacra appartiene specificamente sia all’Induismo che al Buddhismo, anche se, probabilmente, è soprattutto nella seconda tradizione che se ne producono gli esemplari più straordinari. Il Mandala può essere realizzato su un supporto stabile o provvisorio: nel primo caso, viene tracciato su tessuto – producendo così un thangka -, oppure dipinto o scolpito all’interno di un tempio sacro, oppure, ancora, è un intero edificio consacrato a costituirlo, come il meraviglioso tempio-montagna buddhista di Borobudur, eretto nell’isola di Java. Nel secondo caso, il Mandala viene composto ritualmente con granelli di sabbia colorata, e, dopo il suo completamento, esso viene interamente smantellato, e tutto quanto lo costituiva viene infine raccolto e gettato in un fiume o in mare, affinché se ne ottenga una benedizione celeste. Il rito esprime simbolicamente la nascita e la dissoluzione dell’universo – considerato implicitamente come una teofania -, ed in tal modo costituisce una forma di meditazione sull’impermanenza dell’esistenza cosmica, ossia sul suo essere transeunte, caduca ed illusoria, e pertanto, nel contempo, favorisce l’attenzione e la concentrazione sulla realtà eterna ed immutabile, che invece è la meta ultima della ricerca spirituale ed il fulcro dell’invocata Illuminazione (Satori).

Il Mandala, dunque, si presenta come un diagramma sacro, uno schema ordinato del complesso delle entità divine, o in ogni caso spirituali, che costituiscono il cosmo trascendente ed eterno, il quale è l’archetipo perfetto e imperituro dell’universo sensibile. In questo senso, quindi, esso esprime anche una cosmologia sacra che, a differenza di quella profana e materialista tipica della scienza moderna, individua le cause prime del mondo nei principî divini, e li presenta non come leggi naturali disanimate ed astratte, ma, all’opposto, come entità viventi e personali, perfettamente riconoscibili ed identificabili. Di solito, al centro della figura si trova la divinità principale, la quale prende posto all’interno di un fiore mistico dagli otto petali, ciascuno dei quali ospita a sua volta una divinità secondaria. Questo fiore mistico – quasi sempre circondato da un’aureola circolare – sembra irraggiarsi estendendosi all’intera figura col graduale moltiplicarsi di tutte le altre divinità o spiriti celesti che la popolano e la riempiono. Ogni gruppo di entità spirituali si trova racchiuso in cerchi o quadrati concentrici, e talvolta si verifica pure il caso che un mandala centrale venga attorniato simmetricamente da altri mandala secondari. Ogni quadrato o cerchio concentrico rappresenta un grado o stato dell’esistenza universale considerata gerarchicamente. Il cerchio ed il quadrato si trovano congiunti in un rapporto costante; essi sono le forme perfette e complementari che esprimono meglio di qualunque altra le qualità essenziali della realtà divina: il cerchio quale simbolo della semplicità e dell’incessante e pacifica forza agente che essa possiede; il quadrato quale emblema della stabilità, dell’immutabilità e della rettitudine inflessibile che la caratterizzano. Entrambi, inoltre, sono i simboli dei limiti provvidenziali all’interno dei quali la Sapienza divina racchiude in maniera supremamente intelligente tutti gli esseri.

Nel caso dei Mandala buddhisti, il supremo Buddha è circondato ordinatamente dagli altri Buddha, ossia da tutti gli altri esseri che come lui hanno ottenuto l’Illuminazione, dagli altri dèi, o dagli asceti, dai santi, o dai monaci che ne seguono la via. Lo spettatore, quindi, è portato ad identificarsi principalmente con la divinità centrale, ma egli può anche farlo con le entità secondarie che simboleggiano la ricerca della verità spirituale, sentendosi così in qualche modo parte di quel popolo eletto che possiede o consapevolmente cerca l’Illuminazione. In effetti, lo schema complessivo, giacché questo è il suo vero scopo, è costituito in modo da favorire una meditazione che conduca gradualmente da uno stato di coscienza “periferico” ad uno “centrale”, ossia da una percezione del reale che si basa e si sofferma su delle impressioni o nozioni esteriori, ad una che, invece, è alimentata dalle luci interiori del cammino spirituale. Colui che medita attraverso la contemplazione del Mandala si trova nella condizione di chi cerca di ritrovare consapevolmente il proprio “centro”, ossia l’autentica, perfetta e trascendente essenza di se stesso, la quale consiste unicamente di puro essere, pura conoscenza e pura beatitudine (in sanscrito: sat, cit e ananda). Si assume implicitamente, quindi, che la vera ed impercettibile essenza dell’uomo sia di natura divina, o addirittura l’Assoluto stesso. Il Buddha posto al centro della figura suggerisce all’osservatore che egli deve scoprire e liberare il Buddha nascosto e prigioniero all’interno della propria anima. Egli deve divenire un nuovo Buddha, proprio come i vari altri Buddha che appaiono attorno al supremo Risvegliato.

Il rigore geometrico che domina l’architettura dello schema è notevolissimo senza essere in alcun modo meccanico od artificiale, giacché quello che l’immagine deve necessariamente esprimere non è affatto la cristallizzazione di una costruzione meramente concettuale, di una concatenazione di arbitrarie ed effimere astrazioni, bensì la perfezione, la bellezza e la beatitudine della reale vita divina; giacché l’universo degli dèi non è altro che un immenso vivente divino, eternamente immerso nella gioia sconfinata della libertà dalla menzogna e dall’illusione, nell’estasi indicibile dell’incondizionato Essere. L’impressione complessiva di unità, ordine, equilibrio ed armonia è estremamente potente, così come l’effetto profondamente rasserenante di cui immediatamente si gode. Il tutto invita a ritrovare la quiete interiore, la pace profonda che sorge dall’abbandono della sterile agitazione della mente, causata dal suo restar priva del suo vero centro, dal non aver ancora riconosciuto il naturale polo metafisico d’attrazione della propria identità e della propria esistenza. Il Mandala ci ricorda che nell’ordine divino esiste un posto per ogni creatura, ed ognuna si trova eternamente al suo proprio posto; ed è precisamente per questo che anche l’osservatore deve e può riconoscere e ritrovare il suo giusto posto nell’universo, sentendosi già qui ed ora parte di quell’ordinamento perfetto ed imperituro.

È evidente che quest’arte sacra non esprime solo una forma di devozione religiosa, ma soprattutto una tensione metafisica, la volontà chiara e determinata della realizzazione della divinità che si cela nell’essere umano.

Ricollegandoci ora al cenno polemico espresso in apertura, ci corre l’obbligo rigoroso di sottolineare vigorosamente l’abisso incolmabile che separa quest’arte sacra tradizionale dalla cosiddetta “arte moderna”, prodotta dalle tenebre della cultura secolarizzata: poste a confronto, è fin troppo chiaro che solamente la prima riesca a coniugare perfettamente un enorme valore estetico con un incommensurabilmente più grande tesoro di sapienza; a sposare un inestimabile patrimonio di espressione artistica con una ricchezza incalcolabile in termini di significato e di insegnamento: una forma estrema di bellezza sensibile, che esprime splendidamente la bellezza sovrasensibile ed intelligibile. Se non lo ha già detto da qualche parte, Henry Corbin direbbe certamente che il Mandala è una porta che conduce direttamente all’«immaginazione veridica», ossia all’autentica immaginazione metafisica, la quale non produce del mero immaginario, del fantastico irreale, bensì una consapevolezza profonda della Verità.

Quanto alle origini di tale arte, ponendoci nella sacra prospettiva sapienziale che le appartiene, non possiamo che pensare ed affermare che essa sorse nel grembo stesso della Rivelazione e del Mito, che essa non fu altro che un frutto benedetto della stessa Illuminazione; siamo certi, infatti, che ciò che in essa vediamo non è altro che ciò che fu realmente visto dai Risvegliati che la crearono: essi videro le immagini metafisiche viventi del Mondo Divino, videro le sue teofanie nel Mondo dell’Anima, videro i riflessi di quell’eterno universo nel Mondo Immaginale e li trasmisero a noi. Affinché anche noi, un giorno, possiamo avere la stessa Visione liberatrice.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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