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Melancholia (2011), di Lars von Trier

con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Alexander Skarsgård, Kiefer Sutherland, John Hurt, Charlotte Rampling, Udo Kier

 

La fine del mondo secondo Lars von Trier. E malgrado il regista danese sia famoso per la sua insistenza su temi particolarmente oscuri e destabilizzanti, ci si sarebbe legittimamente potuti chiedere se, in questo caso, non abbia voluto cavalcare l’onda pseudo-apocalittica legata alle famigerate profezie Maya riguardanti l’anno in corso. In effetti, anche chi l’avesse visto senza sapere assolutamente nulla del soggetto, al solo apparire di Udo Kier, avrebbe iniziato a provare una certa inquietudine: è noto infatti che l’attore, chissà perché, compare quasi esclusivamente in film orrorifici. Il dubbio diviene assoluta certezza, nel momento in cui ci si trova di fronte a quello che già da ora si candida, come minimo, come il più importante film di genere catastrofico di sempre. Probabilmente, quanto a carica di angoscia trasmessa, E venne il giorno (2008), di M. Night Shyamalan, assai difficilmente potrebbe essere superato; ma, in verità, l’opera di von Trier non appartiene affatto a quello stesso rinato filone catastrofico. Probabilmente, il cineasta ha effettivamente colto l’occasione offerta dall’atmosfera quasi millenarista che si respira forse già dall’attentato alle Torri Gemelle; tuttavia, è evidente che il suo film supera di molto questa prospettiva, e costituisce il suo vero e proprio manifesto filosofico. Quasi certamente la cifra stessa del suo intero cinema. Pertanto, più che arrestarci nella dovuta considerazione di quanto il film sia espressivamente potente – sia esteticamente che narrativamente ed emotivamente – intendiamo piuttosto esprimere su di esso, per l’appunto, alcune considerazioni prettamente filosofiche.

Melancholia è un film elegantemente nichilista. La distruzione completa della Terra viene mostrata sia all’inizio che alla fine: l’annientamento, ossia l’idea del nulla come origine e destino finale dell’esistenza, è dunque sia il prologo che l’epilogo della storia: è sia il presupposto che la conclusione definitiva del pensiero che ha concepito quest’opera.Melancholia vuol essere un film cosmico, “metafisico”, un messaggio universale destinato all’intera Umanità: “La vita sulla Terra è cattiva!”, dice Justine, la protagonista, e subito dopo aggiunge: “Esiste solo qui. Noi siamo soli.”. Justine viene posta come l’unica anima assolutamente consapevole dell’immane tragedia che cancella per sempre dall’universo, non solo la razza umana, ma l’unico mondo in cui la vita sia mai apparsa. È una specie di profetessa: nei suoi sogni premonitori ha visto la catastrofe incombente, ed infatti dice di sé: “io so le cose”, nel senso, appunto, che misteriosamente conosce verità che un essere umano normalmente non potrebbe mai conoscere. Pare quasi onnisciente, perché diversamente non potrebbe affermare con assoluta certezza e veridicità che nel cosmo non esiste affatto altra vita che quella terrestre. Ciò viene chiaramente lasciato intendere. Ma è proprio questo che priva di ogni legittimità quella concezione dell’esistenza: l’assolutamente ingiustificata pretesa di onniscienza! Essa potrebbe essere pienamente convalidata solo nella mera finzione di un film, in nessun modo nella realtà autentica. E purtroppo, proprio nella concretezza della storia reale, tale inammissibile pretesa del Nichilismo è stata e viene violentemente imposta all’Umanità, e non solo culturalmente, ma anche economicamente, politicamente – e soprattutto antropologicamente, psicologicamente -, segnandone tragicamente il destino. Ecco la vera catastrofe epocale, che stiamo vivendo ormai da almeno due secoli e mezzo.

Non possiamo però affermare con certezza che von Trier abbia voluto schiacciare gli spettatori con la sua visione del mondo, che abbia inteso deliberatamente violentarne le coscienze; perché tutto nella storia narrata esprime una sofferenza interiore che ci pare profonda ed autentica non solo nei suoi protagonisti: l’intensità spasmodica e lacerante degli eventi, la colonna sonora solenne e tristemente vibrante, la poesia disperata e struggente che si è fatta immagine apocalittica, il senso di un esilio completo e definitivo da qualunque speranza per l’avvenire e per lo stesso presente, il sentimento di assoluta estraneità rispetto all’intero universo, la percezione dell’assenza di qualunque significato e valore, o bontà, della vita, sia umana che non. E purtroppo, molto spesso, da un grande dolore nasce un odio altrettanto grande. No, non crediamo affatto che il cineasta danese abbia potuto semplicemente simulare tutto questo sul grande schermo. Crediamo, piuttosto, che egli abbia invece voluto condividere con noi le tenebre che opprimono la sua anima. Fors’anche per chiederci aiuto? Chi può dirlo? E chi mai potrebbe escluderlo?

Ad ogni modo, non possiamo nemmeno minimamente ammettere che egli non sia pienamente consapevole della forza dei propri mezzi espressivi, e, conseguentemente, dell’impatto notevole, sotto tutti i possibili punti di vista, che la sua opera era capace di produrre sul pubblico. Tale consapevolezza implica necessariamente una responsabilità.

Ma un film non ha senso, anzi, non esiste se non viene visto. Chiediamoci ora cosa spinge ad andare a vedere un film come questo? Perché andare a vedere la fine del mondo? Perché voler vedere l’estinzione della razza umana? Perché esporsi a quella tremenda vertigine? A quel trauma? Non esageriamo affatto: un film non è mai solo un film! Il cinema è la settima arte, la più perfetta imitazione della vita che sia mai stata realizzata, la suprema illusione! Un film visto con una forte partecipazione interiore incide a fondo, resta quasi indelebile nella memoria, condiziona l’immaginazione. Segna la vita, l’identità. Soprattutto quand’esso è tremendamente potente come questo. Solo fino ad un certo punto, quindi, si potrebbe motivare il desiderio di vederlo con la pura curiosità o l’aspettativa edonistica, qui pienamente soddisfatta, della sicura spettacolarità della pellicola; anche perché chi l’ha scelta consapevolmente, già sapeva che avrebbe visto qualcosa di molto differente dai successi di genere di Roland Emmerich. Sapeva che avrebbe certamente visto qualcosa di molto più drammatico, di assai più profondo. Dall’impatto superiore. Sapeva e desiderava, quindi, vivere una radicale esperienza filosofica. E sapeva, o comunque presentiva, che avrebbe quasi certamente dovuto fissare il proprio sguardo nell’abisso. E allora? Qualcuno potrebbe fin troppo facilmente sostenere che visioni del genere servano precisamente ad esorcizzare le nostre angosce o paure più profonde, che si tratti quindi di una specie di catarsi. Ma è proprio la verità, o la sola verità? Non possiamo pensarlo affatto. Così come non possiamo nemmeno ritenere che sia stata unicamente una scelta dettata da un discutibile gusto necrofilo per il tetro, il lugubre, od il macabro, perché non è per niente di un film horror – anzi, nemmeno di pura fantascienza – che si tratta, ma di un’opera estremamente più complessa e sottile, sia nel contenuto che nel linguaggio. E soprattutto nel suo esito. E tutto questo, il cultore del cinema d’essai, o l’estimatore di von Trier, lo sapeva benissimo, se l’aspettava fin da prima di entrare in sala. Sapeva che probabilmente avrebbe visto il film più nichilista mai apparso. Quindi? Probabilmente, anche la risposta a quest’enigma è assai sottile ed elusiva. Aggiungiamo anche: a proiezione conclusa, cos’è successo a ciascun spettatore, tanto da far seguire un cupo silenzio? Cos’ha visto in se stesso più che sullo schermo? Ciò che già desiderava, perlopiù inconsciamente, di vedere? A nostro avviso, le possibilità di spiegare quel desiderio sono essenzialmente due. Iniziamo dalla prima: l’ha scelto perché, offertaci l’occasione, qualcosa dentro di noi ci spinge a mettere alla prova la nostra stessa anima, ponendola di fronte all’agghiacciante spettacolo dell’annichilazione totale. In quella condizione, la rinnovata sfida è risolvere l’enigma dell’esistenza, della sua transitorietà, della sua finitudine, del suo limite apparentemente invalicabile: la morte, la fine. L’idea di essere completamente soli nell’universo, di poter essere spazzati via da un istante all’altro, magari con poco o nessun preavviso, è il pensiero più estremo che si possa concepire quando tacitamente si immagina se stessi come enti destinati al nulla. Farlo scivolare giù nel più riposto fondo della coscienza, e lasciarvelo apparentemente inerte, è il presupposto indispensabile per una vita che, non riuscendo a trovare alcuna risposta soddisfacente ai propri interrogativi ultimi, deve comunque vivere: la rimozione necessaria della consapevolezza della propria inevitabile mortalità, che però non può che riemergere, quasi irriconoscibile, con la giusta sollecitazione. Magari quando questa viene inconsciamente cercata, anzi trovata, per un istinto inesplicabile – ma solo fino ad un certo punto -, perché l’essere cerca l’essere; perché la sfida del non-essere definitivo, per quanto spaventosa od angosciosa, talvolta, non può non essere raccolta. E allora un film come Melancholia viene vissuto come un nuovo tentativo di trovare la risposta fino ad allora mai trovata, la soluzione non ancora scoperta.

La fine del mondo non può, dunque, essere un evento di cui davvero, intimamente, si desideri essere solo degli estranei testimoni, bensì qualcosa di cui essere protagonisti fino in fondo, qualcosa da attraversare, anzi, da trapassare per sapere se vi è qualcosa al di là di esso e cosa ciò possa mai essere, e soprattutto cosa mai potremmo essere noi stessi una volta giunti nell’impensabile, inconcepibile Oltre.

Seconda possibilità: l’evento fatale dell’annientamento totale della razza umana non è affatto qualcosa di indesiderato o di indesiderabile: lo è apparentemente, superficialmente, ma, invece, inconfessabilmente, è precisamente quel che, nascostamente, oscuramente, più si desidera, paradossalmente, proprio a causa della propria condizione di finitezza, della limitazione intollerabile a cui sembra condannata in vita l’identità personale. Lo stesso von Trier, con un feroce sarcasmo che ha di mira unicamente il comune sentire, ha dichiarato: “da un certo punto di vista, il film possiede un lieto fine”. E ancora, dopo aver condiviso l’affermazione di Justine sulla malvagità della vita: “Se il mondo dovesse finire, e tutta la sofferenza ed il desiderio svanire in un lampo, mi piacerebbe essere io stesso a premere il bottone.”. Non ci si illuda: non sono affatto mere frasi ad effetto di un consumato provocatore amante dello scandalo. Si percepisce uno strano, onirico, etereo e sinistro “misticismo” in quest’opera. Cupio dissolvi: desiderio di morire, di annullarsi, di svanire completamente. Di cancellare il mondo intero. Apparentemente. E non si tratterebbe, infatti, di qualcosa che riguardi unicamente la sfera individuale, soggettiva, perché il malessere tocca la condizione umana nel suo complesso, riguarda l’intera Umanità, per cui o si sopravvive tutti, o si finisce tutti. Insieme. In tempi come questi, forse si può essere davvero fratelli solo nella morte, di fronte al nulla. Ed il film riflette ed esprime precisamente tutto questo: mentre il pianeta che distruggerà la Terra splende gelidamente nel cielo, Justine si distende nuda su un prato per riceverne la luce spettrale. Un oscuro godimento ne illumina il viso. Von Trier si riconosce pienamente in questo personaggio. Dunque, la prospettiva del regista e quella dello spettatore – quando effettivamente tali sentimenti covassero anche in quest’ultimo – coincidono.

Ma l’essere può davvero voler suicidarsi, annientarsi? Desiderare il nulla? Può realmente voler divenire definitivamente non-essere, la completa negazione di se stesso? Per quanto davvero, a volte, lo si possa credere in cuor proprio, qualcosa forse, o probabilmente, si cela, nell’oscurità quasi impenetrabile dell’anima, che non è affatto quel che sembra. Che non è affatto desiderio di annientamento. Tutt’altro! Qualcosa di quasi inafferrabile, di quasi indicibile, di inimmaginabile. Segreto. Un supremo enigma. Mistero senza nome. Proviamo, dunque, a dare la caccia a questo nostro sconosciuto ospite interiore. Se, come dice il re Macbeth, la vita, o la storia umana, non è altro che “una commedia raccontata da un idiota, piena solo di confusione e baccano, e senza alcun significato”, e non si desidera altro che farla finita con questa ignobile farsa, col suo squallore, con la sua assurdità; ci si dica, allora, chi, davvero, vuole questa fine? Chi, davvero, vorrebbe scaraventarla all’Inferno? Gettarla nel nulla senza ritorno? Chi? Chi, nelle insondabili profondità del nostro stesso essere, preferirebbe il “nulla” – quale “nulla”? -, piuttosto che questa orribile buffonata? Chi? Chi, dentro di noi, si indigna contro di essa? Chi ne prova disprezzo? Chi, per il solo fatto che su di essa non brilli il Sole radioso della Verità, assoluta ed indubitabile, potrebbe giudicare l’esistenza un sordido inganno, un’illusione, una beffa? Chi, la giudica tale e la condanna, e come può farlo? Paragonandola a cosa, potrebbe affermarne l’insensatezza? Confrontandola con quale realtà conosciuta? Chi esige che l’universo possegga un significato assoluto ed eterno? Chi, nel misterioso cuore della nostra stessa anima, vorrebbe ardentemente liberarsi una volta per tutte dall’oppressione del finito? Chi non ne sopporta i limiti? Qualcuno che forse conosce la più completa, assoluta libertà? Chi, malgrado ogni apparenza contraria, pretende, o desidera, che la vita sia immortale, che l’essere non abbia fine? Qualcuno che sa perfettamente, che la fine di tutto è tutt’altro che la fine di tutto? Che sa perfettamente che il nulla non esiste, perché non può affatto esistere, giacché è puramente impossibile? È forse proprio questo qualcuno che si desiderava vedere, od incontrare, in fondo all’abisso? Forse è qualcuno capace di spingersi oltre il dubbio, oltre l’angoscia, oltre il terrore persino, fino a toccare, sfondare e superare l’estremo limite. E non con un insano gesto autodistruttivo, ma con un lampo di superiore, ineffabile consapevolezza. Qualcuno che sa, senz’alcuna ombra di dubbio, per assurdo o folle che possa sembrare, che, oltre la morte, oltre la fine, oltre il nulla, c’è l’Essere, la libertà incondizionata. Qualcuno che non ama e non desidera affatto la morte, la fine ed il nulla; che non vuole per niente suicidarsi, annientarsi; ma ama e vuole il solo, puro ed immortale Essere. Che ama e vuole soltanto se stesso. Qualcuno di cui dovremmo iniziare ad accorgerci, che dovremmo cercare di smascherare, di scoprire dentro noi stessi. Finalmente.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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