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Recensione

 

Yoka Daishi, Il canto dell’immediato satori, introduzione e commento del maestro Taisen Deshimaru, traduzione di Lucia Corradini, SE, Milano, 1997, pp. 172.

 

Questo è lo Shodoka, uno dei primissimi poemi mistici appartenenti alla sacra tradizione dello Zen. Si tramanda che il suo autore, il maestro Yoka Daishi, ottenne il satori, cioè la suprema illuminazione spirituale, in una sola notte, dopo essere stato iniziato dal suo nobile maestro Eno. L’immediatezza dell’Illuminazione è infatti il motivo conduttore sia del testo che del prezioso commento del maestro contemporaneo Taisen Deshimaru. Improntato alla massima essenzialità, l’insegnamento conduce direttamente al cuore della meta finale; ne illumina la via attraverso un sentiero nel quale la pura poesia si coniuga meravigliosamente con la pura saggezza. L’acutissimo sguardo spirituale dei due maestri contempla, e nel contempo proietta, con la massima chiarezza, la visione autentica della Realtà. L’essenza dello Zen è infatti la perfetta adeguatezza al reale, l’assoluta capacità di compiere sempre e naturalmente l’azione migliore in ogni circostanza.

Con le sue immagini che si ripetono, con i suoi concetti-chiave che ricompaiono di continuo, il testo ha un ritmo incalzante, quasi marziale nella sua asciuttezza e semplicità, teso a far focalizzare nella lettura lo stato interiore necessario al risveglio metafisico. A propiziare la folgorazione.

Il dojo, l’ambiente rituale consacrato alla meditazione, è “il luogo dove si uccidono gli uomini”, e dove questi rinascono quali dèi, come Buddha viventi.

Lo zazen, la meditazione, o meglio lo stato di concentrazione profonda, è infatti una “bara” in cui la coscienza ottenebrata muore, affinché nasca quella illuminata per sempre. È la somma morte iniziatica.

Il ku, il completo vuoto interiore necessario all’ottenimento del satori si realizza attraverso “la pace, la profondità, il silenzio, la stabilità, il nulla” dell’anima, dove si procede e si giunge da soli, dove tutte le dualità svaniscono, dove tutti i conflitti si estinguono.

Il satori nasce “inconsciamente, automaticamente” grazie al solo zazen, quando questo è perfetto. Quando è ciò che deve essere. Quando è un fatto naturale come la vita stessa. La postura dello zazen ha per modello la stazione divina del Buddha, che riflette il suo stato di perfetta consapevolezza, eterna quiete ed infinita beatitudine. Per questo la postura zazen consente l’identificazione col supremo Illuminato.

In questo cammino non vi sono tappe, nessuna gradualità: il satori è “qui ed ora”; si è Dio o Buddha “qui ed ora”. È infatti assolutamente indispensabile convincersi, o meglio comprendere, di essere già il Buddha o Dio, per poter effettivamente “diventare” l’uno e l’altro. Diversamente è impossibile! In effetti, non si diventa alcunché, perché l’Assoluto è null’altro che la realtà immutabile e permanente, lo stato naturale di ogni essere, di cui ci si deve solo rendere consapevoli destandosi dall’illusione dell’“ego”. Dal punto di vista dell’Assoluto, trascendente ogni dualismo ed opposizione possibile, ogni esistere o divenire, non vi sono né illusione né satori; per questo l’Assoluto stesso è sempre “qui ed ora”.

Perché aggiungere altre parole inutili?

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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