Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

 

Uno dei segni più significativi dei «Tempi ultimi» che stiamo vivendo è certamente anche l’interesse sempre più vivo ed esteso per la conoscenza dei cicli cosmici e storici, che scaturisce indubbiamente da tutta una serie di forti inquietudini – quando non si tratti di angosce profonde -, dovute alla drammaticità, o quantomeno all’incertezza, sia del presente che del futuro della nostra epoca. È infatti, ormai, del tutto evidente che la Modernità, con la sua cultura o ideologia dogmatica del progresso illimitato garantito, non solo abbia enormemente deluso l’Umanità – con tutte le sue promesse non mantenute di un avvenire di felicità universale -, ma abbia nel contempo lasciato un vuoto apparentemente incolmabile circa il significato, il valore ed il destino ultimi dell’umana esistenza. La sua totale mancanza di principî assoluti di verità – indispensabili ad affrontare e risolvere validamente quei problemi capitali -, unita all’assoluta arbitrarietà dei suoi dogmi positivisti o progressisti, non poteva che implicare, inevitabilmente, l’indubitabile infondatezza ed inaffidabilità di qualunque filosofia della Storia il pensiero moderno potesse concepire. Sarebbe stata necessaria, invece, una vera e propria scienza della Storia, a sua volta fondata su una reale scienza del Tempo, ma è evidente che la Modernità non sia mai stata, né mai sarà, capace di produrre nulla del genere. Non così la Tradizione, la quale ha sempre posseduto ed espresso sia una metafisica dell’esistenza e del divenire, che, strettamente connessa a questa, una rigorosa scienza del Tempo e della Storia. La Tradizione, quindi, fondandola sulla conoscenza, sia teorica che realizzata, dell’Essere e dell’Eternità, contempla ed insegna la conoscenza del Divenire e del Tempo, sia mostrandone l’essenza e la struttura, e sia indicandone le tappe che conducono all’epilogo del suo corso prestabilito, il quale, a sua volta, presuppone una meta finale, che tuttavia si pone su un piano trascendente ed atemporale.

Oltre alla conoscenza in se stessa, questa scienza possiede diverse ed importanti finalità: a parte quelle puramente metafisiche, perseguibili grazie a speciali tecniche di meditazione basate sulla contemplazione delle concatenazioni cicliche; l’applicazione in termini di costruzione del calendario sacro consente di sincronizzare il ritmo, reso rituale, della vita individuale e collettiva col ritmo stesso della Creazione, e, così facendo, orienta la cognizione umana dell’esistenza verso lo stesso pensiero della Divinità, che ha concepito e generato l’architettura del tempo cosmico, giacché questa riflette quello, e perciò lo rende in qualche modo trasparente e comprensibile. In questo modo, inoltre, la vita umana si pone necessariamente in una relazione strutturale e costante con la stessa Vita divina, la quale, come vedremo, si manifesta appunto negli stessi cicli cosmici.

Partiamo, quindi, dall’idea che il Tempo sia immaginabile come una sorta di rotazione attorno ad un centro immobile, ossia l’Eternità, ricordando che, nell’insegnamento di Platone – si pensi al mito esposto nel Fedro, ed all’affermazione del Timeo, secondo cui le orbite planetarie rivelano le misure del Tempo -, questo moto circolare, nel suo significato più essenziale ed elevato, rappresenta simbolicamente l’intuizione delle realtà intelligibili – sia da parte degli dèi che degli «eletti» -; pertanto si deve giungere a considerare il Tempo come il prodotto ultimo dell’attività interna dell’Intelletto Divino, attraverso la mediazione dell’Anima del Tutto. Si deve quindi pensare che il Divenire non faccia altro che manifestare in successione tutto quanto in origine si trovava eternamente nella Mente Divina allo stato di pura essenza ed idealità, nel senso Platonico dell’espressione. In altre parole, tutte le Idee presenti nella Mente dell’Essere Supremo, permanendo immutabilmente in quello stato trascendente, sono ciò che sono semplicemente e perfettamente, coesistendo simultaneamente nell’Eternità; nel momento in cui, invece, per mezzo del pensiero, esse si manifestano nel Divenire e nel Tempo – cosa che non lede minimamente la loro essenza inalterabile, né il loro stato di trascendenza -, si presentano come una molteplicità che appare secondo una sequenza temporale preordinata, e non più come realtà da sempre complete – e perciò esenti da cambiamento -, ma come processi o serie di stadî differenti della propria esistenza relativa. Tutto ciò che prima si trovava nel presente unico ed infinito, senza passato né futuro, dell’Eternità, ora si trova invece riversato nel fiume del flusso temporale e del cambiamento continuo. Per essere più corretti, si dovrebbe piuttosto dire che le presenze e le attività che si manifestano nel Tempo non sono che proiezioni transitorie delle Idee od Essenze eterne su questo piano ontologico; pertanto, come si accennava, Esse non sono affatto realmente coinvolte nel Divenire, ed è perciò che questo non ha alcun potere su di esse.

L’infinità del Tempo – se è lecito esprimersi così – è in qualche modo segmentata in periodi aventi estensione variabile. In generale, di deve considerare ciascun periodo o ciclo come la manifestazione temporale di un certo insieme di Idee od Essenze eterne, tra loro misteriosamente ed organicamente legate. Se si considera, come vedremo, un grande ciclo cosmico nel quale si manifesta una particolare ed unica Umanità ideale e trascendente – il Manvantara induista -, è evidente che quello terminerà solo quando avrà manifestato temporalmente tutte le Idee in essa comprese, ossia solo quando tutti gli uomini, che essa implica, saranno effettivamente nati e avranno vissuto nei termini prestabiliti dalla Divina Intelligenza, ossia sulla base della loro stessa essenza ideale ed eterna. È per questa precisa ragione, evidentemente, che Esiodo, invece di parlare, ad esempio, di Età dell’Oro, menziona unicamente la Stirpe Aurea che caratterizza quell’epoca: sono infatti le precise possibilità attuate in un dato ciclo a qualificarlo e a determinarne la durata, non il contrario – sarebbe infatti assurdo che la quantità, o la durata, determinasse la qualità, ossia l’essenza, ed i suoi processi di manifestazione. Esaurite, quindi, tutte le possibilità effettivamente manifestate, od attuate, da queste esistenze terrene, si esaurirà conseguentemente il ciclo stesso, che ne ha contenuto ed espresso il vissuto, avendo infatti raggiunto, in tal modo, il proprio compimento definitivo.

Finora abbiamo usato il termine ‘ciclo’ quale sinonimo di ‘periodo’ o ‘epoca’, pertanto è necessario precisare come, in generale, vada correttamente intesa la ‘ciclicità’ o ‘circolarità’ del Tempo. Come dicevamo, molto spesso ci si immagina – assumendo praticamente alla lettera, ed erroneamente, tale simbolismo – che tale ciclicità sia da concepirsi quasi come una specie di movimento circolare di tipo spaziale, come appunto avviene per la tracciatura di un cerchio, nella quale, infatti, la linea della circonferenza, giunta a metà percorso – ossia nel punto diametralmente opposto a quello da cui essa ha iniziato ad essere tracciata -, prosegue la propria curvatura verso la propria origine, ossia al punto di partenza, procedendo quindi, in un certo senso, all’indietro. Prestando bene attenzione a quest’immagine, appunto, si riscontrerà il concetto errato di ciclicità, fondato appunto su una pretesa reversibilità del Tempo, giacché è evidente, piuttosto, che la circonferenza, giunta a metà corsa, invece di retrocedere, continua ad avanzare esattamente come prima, in quanto la propria direzione di marcia è rimasta del tutto immutata – diversamente, la seconda semicirconferenza, necessaria a chiudere il cerchio, si troverebbe a non essere tracciata affatto. In verità, quindi, dovrebbe essere evidente che il Tempo, essendo del tutto irreversibile – proprio come lo è la dinamica logica del rapporto causa-effetto, il quale, infatti, deve considerarsi del tutto asimmetrico ed unidirezionale -, non può assolutamente volgersi indietro; pertanto, la sua ciclicità deve intendersi ben altrimenti. Essa consiste essenzialmente nella sola analogia diretta che invariabilmente sussiste tra due istanti, o fasi, o stagioni, che si corrispondono nei rispettivi periodi o cicli di appartenenza, o tra tutti i cicli presi nel loro complesso, e posti tra loro in correlazione; il che è come dire, ad esempio, che, considerati i cicli annuali, la loro ciclicità consiste nel fatto che in ciascuno di essi vi sono le medesime stagioni, che appaiono secondo una successione ed un ritmo sempre identici: ogni stagione del primo sarà infatti analoga a quella corrispondente nel secondo, e apparirà nello stesso ordine cronologico di quello. Un esempio del secondo caso potrà invece essere dato dall’analogia tra il ciclo giornaliero ed il ciclo annuale, nella quale al mezzogiorno del primo corrisponde il solstizio d’estate del secondo, ed alla mezzanotte del primo il solstizio d’inverno del secondo; così come, inoltre, all’alba corrisponde l’equinozio di primavera, ed al tramonto l’equinozio d’autunno. Si badi bene, comunque, che questa legge di analogia che lega i cicli maggiori a quelli minori, o le loro rispettive parti corrispondenti, implica sempre e soltanto una similitudine tra i vari momenti od intervalli, e mai un’esatta ripetizione di eventi o di loro sequenze; il che significa che è solo lo stesso tipo di evento o sequenza a ripetersi, e non uno stesso evento o serie del passato. Dunque, ciò che è costante, e si manifesta ciclicamente identico, è il prototipo di un certo evento o processo, e non l’evento od il processo particolari che ne sono la manifestazione momentanea, la quale non può mai riprodursi assolutamente identica ad una precedente dello stesso tipo. È infatti lo stesso scorrimento del Tempo a rendere impossibile tale ripetizione, proprio come, nella sequenza dei numeri, a causa della stessa legge che la produce, non possono assolutamente esistere due numeri uguali, anche perché risulterebbero essere nient’altro che lo stesso ed unico numero. In effetti, la numerazione stessa si presta molto bene a fare da immagine della successione temporale, soprattutto perché in essa si riscontra una precisa ciclicità, com’è evidente nel sistema decimale, nel quale le cifre di base, pur componendo di volta in volta numeri sempre differenti, si ripresentano sempre ed ordinatamente col procedere ritmato del suo flusso; e mostrando appunto come le decine siano analoghe alle centinaia, alle migliaia, ai milioni, ai miliardi, etc.

Si tratta ora di considerare la struttura stessa del Tempo, ossia la sua articolazione sotto forma di una gerarchia di cicli temporali distinti, e tra loro proporzionati sulla base di una misura comune. Anticipiamo, prima di entrare nel vivo, che i numeri che presenteremo non avranno affatto un carattere esclusivamente simbolico, ma, oltre a questo, un valore reale in termine di durata temporale effettiva dei cicli a cui si riferiscono. È bene premettere, a questo proposito, che questi numeri, pur provenendo dall’antica cultura Vedica, possono essere intesi in via ottimale dall’uomo occidentale ponendosi in un’ottica affatto Pitagorica – del tutto in sintonia col pensiero Vedico -, giacché si tratta di numeri cosmici, ossia di misure cosmiche del Divenire stabilite dall’Intelligenza Divina, i quali, nella loro costituzione ed insieme, sono chiavi utili a comprenderne la logica e gli esiti ultimi, poiché riflettono le linee del grande piano universale che lo determina, oltre ad indicare, per via analogica, le qualità specifiche dei differenti cicli o periodi.

La dottrina vedica del Tempo è indubbiamente la sola che ci sia stata trasmessa pressoché integralmente, e sarà quindi quella che andremo ad esporre, così come essa è stata fedelmente insegnata da René Guénon, e con l’aggiunta di alcuni elementi integrativi, che abbiamo dedotto ortodossamente dai dati tradizionali disponibili.

Un Manvantara costituisce il ciclo cosmico e storico completo di un’Umanità – giacché, nell’infinità della Possibilità Universale, sono contemplati innumerevoli Generi umani, ciascuno dei quali possiede, evidentemente, una propria essenza unica ed irripetibile -, e si divide in quattro età successive (Yugas), le cui rispettive durate si riducono progressivamente e proporzionalmente in base alla formula 10 = 4 + 3 + 2 + 1. Quindi, essendo un Manvantara della durata di 64800 anni, esso comprende un Satya o Krita-Yuga, («Età dell’Oro» o «Età della Conoscenza») della durata di 25920 anni; un Tretâ-Yuga («Età dell’Argento»), della durata di 19440 anni; un Dvâpara-Yuga («Età del Bronzo»), che dura 12960 anni; ed infine un Kali-Yuga («Età Nera», «Età Oscura» o «Età del Ferro»), di 6480 anni.

Secondo le concezioni progressiste moderne, il compiersi della Storia implicherebbe un miglioramento crescente delle qualità umane e della civiltà; ma, dal punto di vista tradizionale, è vero l’esatto contrario. Il fatto che, nel corso del Manvantara, la durata di ogni Età decresca notevolmente, e regolarmente, significa che anche la sua specifica qualità interna peggiori considerevolmente rispetto a quella precedente. Questo peggioramento, o decadimento, oggettivo è sia di natura macrocosmica che microcosmica, ossia riguarda sia le condizioni generali dell’Universo che le caratteristiche proprie del Genere umano in quel dato periodo; per cui il mutamento essenziale del primo è del tutto concomitante con quello del secondo.

Non ci occuperemo qui dell’aspetto macrocosmico della questione, e ci limiteremo al solo punto di vista microcosmico; pertanto, inizieremo col definire la “caduta” ciclica dell’Umanità nei termini di un netto e cadenzato declino antropologico, anche se, a causa dei presupposti metafisici illustrati, si tratta appunto di qualcosa di molto più profondo di quanto l’antropologia possa considerare. In effetti, non si tratta affatto semplicemente di una progressiva decadenza della società umana, che conduca dalla civiltà alla barbarie comunemente intese. La Tradizione, infatti, misura il maggiore o minore grado di civiltà di una certa collettività umana, unicamente sulla base della sua maggiore o minore apertura e partecipazione alla Realtà Divina, ossia dell’intensità variabile della sua spiritualità, la quale, a sua volta, corrisponde alla sua vera intellettualità, ossia alla sua effettiva capacità di conoscere ciò è Reale. Sotto forma di miti comuni a tutte le culture sacre, il Magistero tradizionale afferma l’idea della “caduta” dell’Umanità dalla sua originaria condizione di totale «illuminazione» e beatitudine, sciagura dovuta essenzialmente, come afferma Platone, all’oblio di se stessa, della propria autentica natura spirituale. È ancora una volta proprio un’immagine celeste a trasmetterci simbolicamente, ed assai efficacemente l’idea dell’oscuramento ciclico in questione: è come se l’Umanità fosse il pianeta Terra e lo Spirito il Sole; quest’ultimo splende costantemente, ma, a causa della rotazione, sulla Terra ora è giorno ed ora è notte: ora l’Umanità può vedere chiaramente la luce spirituale – e se stessa attraverso questa o in questa, giacché ne viene naturalmente illuminata -, ed ora non ne è più capace, o meglio è costretta a doverla cercare in qualche modo per poterla vedere come prima. Oppure, è come se l’Umanità chiudesse sempre di più gli occhi sulla Verità, finendo per averli completamente chiusi: giunta a questo punto, non è che sia diventata effettivamente cieca, ha solo finito per dimenticare cosa sia la luce e la vista; quindi necessita solo di ricordarsi dell’esistenza della luce e di possedere la vista, e di voler nuovamente aprire i propri occhi.

Si insegna, infatti, che la razza umana vivente nell’Età Aurea godeva di tutti i benefici derivanti dal suo essere per natura consapevole del Divino ed in comunione con Esso: essa stessa era una razza di dèi in forma umana, i quali, addirittura, convivevano con gli stessi dèi superiori. Viceversa, la razza umana dell’Età Oscura, con tutti i nocumenti che ne derivano, è la più chiusa e separata, anzi spesso persino ostile, rispetto al del Divino. Ovviamente, oltre ad un’innata ignoranza metafisica, questa stirpe umana è incline ad un vizio e ad una malvagità senza precedenti, tali da produrre i più grandi e tremendi crimini della Storia. Nella fase terminale di quest’epoca – il periodo più oscuro di tutti -, infatti, l’Umanità tende ad essere simile ad una razza di demoni in forma umana – basterebbero appunto a dimostrarlo le due guerre mondiali. Su tutti questi aspetti negativi, i testi profetici tradizionali sono inequivocabili nella loro acuta severità di giudizio, anche se sarebbe sbagliato pensare che non vi sia nemmeno una ristretta minoranza di uomini capaci di essere, nonostante tutto, sia sapienti che giusti; ribadiamo, infatti, che tutti i lineamenti interiori che sono stati sinteticamente esposti devono essere considerati come delle tendenze innate, e non come dati di fatto irrevocabili. Nessun essere, infatti, per quanto sia estremamente lontano, o addirittura nemico, rispetto al Divino, potrà mai sfuggire all’invincibile legge d’attrazione metafisica, che tutto infine riconduce all’Origine Suprema.

In ogni caso, la Tradizione, pur potendo esercitare sugli uomini di questo tempo un’influenza spirituale che è la minore possibile, riesce comunque, perlopiù, ad orientarli in maniera ottimale versa la saggezza ed il bene, impedendo loro il più possibile di nuocere a se stessi.

Infine, tra i due estremi opposti dell’Età Aurea e dell’Età Nera, naturalmente, si collocano gli stati umani intermedî dell’Età dell’Argento e di quella del Bronzo.

Dato, appunto, che la natura essenziale e trascendente dell’Umanità è effettivamente divina – anche nell’Età Oscura -, è evidente che essa è tanto più consapevole di se stessa, e felice, quanto più è consapevole e partecipe del Divino stesso; o quanto più vive conformemente ad Esso. Viceversa, quanto più l’Umanità diviene inconsapevole della propria divinità, e vive contrariamente ad essa – o al Divino in generale -, tanto più si rende profondamente alienata ed infelice.

Ritorniamo ora al grande ciclo considerato. Al termine di ciascun Manvantara, poiché l’irreversibilità del Tempo impedisce del tutto che all’interno del suo stesso flusso possa prodursi, sia a livello macrocosmico che microcosmico, una purificazione ed una rigenerazione complete, l’unico modo di poter concludere il ciclo e passare ad un altro, ricominciando quindi da una nuova Età dell’Oro, è dato simultaneamente dall’arresto completo del tempo stesso e dall’intervento trascendente di un Avatâra, ossia da un’interferenza diretta del Principio Divino sul piano della stessa manifestazione ciclica, che, compiutane così la necessaria apocatastasi o palingenesi, rimetterà in moto il tempo per il compiersi del nuovo Manvantara. L’Avatâra, infatti, rappresenta l’Eternità rispetto al Tempo, l’Essere quale centro immobile rispetto alla circonferenza mobile del cerchio del Divenire, giacché Egli è il Chakravartî, «colui che fa girare la ruota» del Tempo e del Divenire.

Sugli Yugas altre considerazioni ci attendono. Ogni Yuga sorge con la propria “aurora” e tramonta col proprio “crepuscolo” , che, in ambo i casi (si tratta sempre di un Sandhya), dura la dodicesima parte dell’intero intervallo; per cui, nel caso del Satya-Yuga, l’aurora od il crepuscolo dura 2160 anni (2160 + 21600 + 2160 = 25920); nel caso del Tretâ-Yuga, dura 1620 anni (1620 + 16200 + 1620 = 19440); nel Dvâpara-Yuga 1080 anni (1080 + 10800 + 1080 = 12960); ed infine nel Kali-Yuga 540 anni (540 + 5400 + 540 = 6480). Abbiamo voluto dare spazio a questa digressione al fine di evidenziare come l’intervallo di 540 anni – ossia la «settimana cosmica» (540 x 4 = 2160 anni, durata del «mese cosmico») dell’«anno cosmico» dato da un intero ciclo precessionale (540 x 48 = 2160 x 12 = 25920 anni) – sia la base effettiva dell’intero sistema temporale, giacché 540 x 120 = 64800. Inoltre, il calcolo: 5400 x 12 = 64800, ci fa intendere come l’intero Manvantara possa essere eventualmente considerato come un unico “Grande anno” il cui mese è appunto di 5400 anni, durata ciclica ben nota nell’antica cosmologia cinese.

Tornado agli Yugas, dobbiamo dire, sulla base dell’analogia sussistente tra la parte ed il tutto, che ciascuno di essi costituisce un ciclo completo, ancorché strettamente collegato a tutti gli altri; pertanto esprimeremo adesso le loro rispettive durate in funzione del numero esatto dei gradi del cerchio celeste:

 

  1. Satya-Yuga: 360 x 72 = 25920 anni;

  2. Tretâ-Yuga: 360 x 54 = 19440 anni;

  3. Dvâpara-Yuga: 360 x 36 = 12960 anni;

  4. Kali-Yuga: 360 x 18 = 6480 anni.

 

Allo stesso modo, ogni Yuga può essere considerato alla stregua di un «anno cosmico», per cui ora ne considereremo la durata in funzione della dodecade ciclica:

 

  1. Satya-Yuga: 2160 x 12 = 25920 anni;

  2. Tretâ-Yuga: 1620 x 12 = 19440 anni;

  3. Dvâpara-Yuga: 1080 x 12 = 12960 anni;

  4. Kali-Yuga: 540 x 12 = 6480 anni.

 

Dobbiamo ora considerare il fatto che ciascuno Yuga, essendo a suo modo analogo al Manvantara per le ragioni appena esposte, si divida ugualmente al suo interno in quattro periodi secondari, nuovamente sulla base della formula 10 = 4 + 3 + 2 + 1, facendo così risultare l’intero Manvantara composto di sedici intervalli, dei quali diamo di seguito denominazioni e durate rispettive:

 

  1. «Satya-Yuga del Satya-Yuga»: 10368 anni;

  2. «Tretâ-Yuga del Satya-Yuga»: 7776 anni;

  3. «Dvâpara-Yuga del Satya-Yuga»: 5184 anni;

  4. «Kali-Yuga del Satya-Yuga»: 2592 anni;

  5. «Satya-Yuga del Tretâ-Yuga»: 7776 anni;

  6. «Tretâ-Yuga del Tretâ-Yuga»: 5832 anni;

  7. «Dvâpara-Yuga del Tretâ-Yuga»: 3888 anni;

  8. «Kali-Yuga del Tretâ-Yuga»: 1944 anni;

  9. «Satya-Yuga del Dvâpara-Yuga»: 5184 anni;

  10. «Tretâ-Yuga del Dvâpara-Yuga»: 3888 anni;

  11. «Dvâpara-Yuga del Dvâpara-Yuga»: 2592 anni;

  12. «Kali-Yuga del Dvâpara-Yuga»: 1296 anni;

  13. «Satya-Yuga del Kali-Yuga»: 2592 anni;

  14. «Tretâ-Yuga del Kali-Yuga»: 1944 anni;

  15. «Dvâpara-Yuga del Kali-Yuga»: 1296 anni;

  16. «Kali-Yuga del Kali-Yuga»: 648 anni;

 

Riassumiamo ora l’elenco precedente nel seguente schema semplificato:

 

  1. Satya-Yuga:    16 + 12 + 8 + 4 = 40

  2. Tretâ-Yuga:     12 + 9 + 6 + 3 = 30

  3. Dvâpara-Yuga:  8 + 6 + 4 + 2 = 20

  4. Kali-Yuga:         4 + 3 + 2 + 1 = 10

 

Si può notare che, sommando i numeri che compongono ciascuna colonna, nella prima – proprio come avviene nella prima riga – avremo il totale corrispondente al Satya-Yuga, nella seconda quello del Tretâ-Yuga, etc; oppure, più semplicemente, la prima riga è uguale alla prima colonna, la seconda riga alla seconda colonna, etc. È come dire, dunque, che la somma di tutti i Satya-Yuga secondari corrisponde analogicamente al Satya-Yuga principale e completo, ossia lo riflette; così come la somma di tutti i Tretâ-Yuga secondari riflette il Tretâ-Yuga primario ed integrale, etc. Ciò vuol dire che ogni Yuga in qualche modo non sussiste unicamente in se stesso, ossia nei limiti della propria specifica durata, ma si manifesta specificamente anche nell’insieme complessivo del Manvantara. Dovrebbe ritenersi ovvio, infatti, che, ad esempio, l’Età dell’Oro si manifesti non solo in se stessa, ma, sia in ogni Età dell’Oro secondaria, che nell’insieme di tutte le Età dell’Oro secondarie; giacché il suo carattere specifico, benché di volta in volta si presenti depotenziato rispetto alla sua manifestazione integrale, conserva ugualmente e costantemente la propria essenza o spirito; ed attraversa, nel modo che esclusivamente compete ad ogni particolare occasione, l’intero sviluppo del grande ciclo totale. Avvertiamo, però, che non bisogna considerare sostanzialmente uguali due intervalli della stessa durata; ad esempio, il Tretâ-Yuga del Satya-Yuga dura quanto il Satya-Yuga del Tretâ-Yuga, ma i due sono qualitativamente del tutto diversi tra loro. In questo caso specifico, ed in altri simili, le loro stesse denominazioni opposte e simmetriche dovrebbero, semmai, suggerirci una loro relazione in termini di analogia inversa, la quale, a sua volta, deve necessariamente avere la propria funzione provvidenziale nel quadro generale.

Tutto ciò dimostra, dunque, l’ordinata correlazione di ogni ciclo limitato con tutti gli altri, il loro inestricabile ed armonico intreccio, ossia, per mezzo del suo ordinamento, l’unità organica del grande ciclo totale.

Dovrebbe essere evidente, a questo punto, che colui che conosce questa dottrina, come minimo, non può che possedere una concezione del tutto provvidenziale della storia umana nella sua interezza, e trovarsi in una disposizione interiore tale che, se da un lato lo porta ad affidarsi coscientemente alla Sapienza dell’Intelligenza Divina, dall’altro lo induce a cercare quella consapevolezza profonda, che sola può consentirgli di occupare il proprio giusto posto all’interno del Suo grande Disegno.

Dovendo ora occuparci brevemente dei cicli maggiori del Manvantara – essendo questo, come s’è detto, il ciclo di vita di un’intera Umanità -, è chiaro che riferirsi a questi altri, significa nel contempo uscire in qualche modo dall’ambito umano per entrare in quello che gli è superiore.

Una serie di 14 Manvantara forma un Kalpa. Guénon si astiene dal dare indicazioni sui cicli maggiori del Kalpa, ma sono numerose le fonti che ci consentono di avere perlomeno un’idea approssimativa sulla loro natura, anche se le durate dei vari periodi si presentano notevolmente più estese. Generalmente, per impedire che i malintenzionati ne conoscano la durata effettiva, si afferma che un Manvantara sia pari a 71 MahâYuga, che qui è equivalente all’insieme dei quattro Yugas. Un Kalpa è da considerarsi un singolo «Giorno di Brahmâ», ed una successiva «Notte di Brahmâ» ha quella stessa durata, ed equivale ad una fase di Pralaya, ossia di “oscuramento”, o meglio di dissoluzione e “riassorbimento”, in cui tutto quanto era stato allora manifestato viene rioccultato nel principio metafisico che l’aveva estrinsecato. Inoltre, un ciclo di 360 «Giorni» e 360 «Notti di Brahmâ» costituisce un «Anno di Brahmâ», e cento o mille di questi «Anni» è una «Vita di Brahmâ», che si completa e termina per cedere il passo ad un nuovo grande ciclo vitale della divinità. Brahmâ (nome maschile) è il puro Essere, la primissima manifestazione ontologica di Brahma (nome neutro), che è invece l’Assoluto, la Realtà nel suo stato totalmente intrinseco, non-manifestato, ossia non-rivelato nell’esistenza universale (Samsâra); il Deus Absconditus. Si può dunque dire che il Samsâra, considerato come l’insieme di tutti i mondi manifestati possibili, coincide con la serie infinita delle «Vite di Brahmâ»; ossia che l’intera Manifestazione o Esistenza universale non sia essenzialmente altro che la “vita” stessa dell’Essere Supremo, il quale non fa altro che esprimere cosmicamente il contenuto differenziato della Possibilità universale racchiusa in Lui.

È del tutto evidente, a questo punto, che questa visione basata su immensi cicli cosmici che ripetono lo stesso schema, la stessa logica, all’infinito, pur manifestando di volta in volta possibilità sempre uniche ed irripetibili, può appartenere unicamente ad una coscienza extratemporale ed onnisciente, ossia costituire la sola prospettiva dell’Intelligenza divina, che concepisce tutta la temporalità possibile come qualcosa che né è avvenuto né avverrà, ma che è già presente tutto intero al suo sguardo onnicomprensivo; giacché tutto è considerato come la chiara, inevitabile e completa realizzazione del suo progetto necessario e perfetto. È altrettanto chiaro, dunque, che, nel momento in cui si contempla tutto questo, ci si è posti nella stessa prospettiva di questo Osservatore eterno ed onniveggente. Da questo punto di vista, si potrebbe anche considerare l’intero panorama offertoci dalla scienza sacra del Tempo come l’ennesima espressione dell’«Immaginazione divinizzante», giacché il fatto stesso di assumere completamente il punto di vista divino, non solo sulla storia dell’universo di cui effettivamente si fa parte, ma di tutti gli universi possibili nell’Eternità, implicitamente ci fa identificare con la stessa Divinità. In questo modo, dunque, questa visione piana ed attuale delle infinite possibilità del Divenire non può che costituire un potente stimolo alla reminiscenza della propria originaria identità divina.

Un ultimo ed ulteriore passo potrebbe essere ancora compiuto di fronte a questo immenso orizzonte: la volontà di non identificarsi nemmeno col Grande Architetto dell’Infinità del Tempo, giacché lo sguardo eterno, pur completamente sereno e distaccato, di Colui che la contempla è, in qualche modo, comunque proiettato in questo specchio metafisico. Meglio di gran lunga sarebbe il restare assolutamente immobili in se stessi, senza alcuna immagine dell’inesauribile Divenire, senza alcuna visione o rappresentazione di Sé. La vera e definitiva Liberazione.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

Leggi anche: L’esoterismo di Albrecht Dürer

 

 

Annunci