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I giardini dell’Eden, (1998)

di Alessandro D’Alatri

con Kim Rossi Stuart

 

Jeoshua, un inquieto, giovane ebreo, evidentemente restio a conformarsi alle consuetudini sociali e familiari, si mette alla ricerca della propria identità e del proprio destino. Così facendo, sperimenta ed attraversa le varie identità del mondo ebraico dell’epoca di Gesù Cristo, di cui il protagonista è un’immagine quantomeno parziale. In particolare, infatti, entra in contatto con gli Zeloti, gli indipendentisti che con la forza cercano di sottrarre il popolo ebraico al dominio di Roma. In mezzo a loro conosce il feroce Barabba, e confrontandosi con lui dichiara nettamente che la rivoluzione che desidera non può e non deve affatto essere realizzata spargendo sangue. Li lascia e si unisce ad un gruppo di mercanti itineranti. Nel corso di un lungo viaggio al loro seguito attraverso il deserto, un attacco di predoni precipita la situazione, mettendolo in serio pericolo. In questo contesto drammatico conosce Jochanan, il futuro Giovanni Battista, che però qui è ancora un ateo miscredente. Entrambi stanno per perdere la vita in mezzo alle sabbie roventi, ma gli Esseni li soccorrono ed accolgono nella loro comunità. Qui avviene la grande trasformazione interiore di ambedue, ma quella di Jeoshua è di gran lunga più profonda del suo amico: non solo impara la sapienza degli Esseni, ed acquisisce il potere di guarigione, ma la sua illuminazione spirituale lo rende persino capace di dialogare direttamente con Dio; cosa che lo distingue enormemente da tutti gli altri suoi confratelli. È per questa stessa ragione che questi non gli credono quando glielo comunica, e lo respingono quando cerca di convincerli che tutte le ricchezze interiori da loro accumulate sono completamente vane ed inutili se godute egoisticamente, se non elargite al mondo sofferente che ne ha un disperato bisogno. Costretto dalla loro aridità ed indifferenza, Jeoshua lascia anche loro e si rimette in cammino per compiere quella che ritiene la propria missione per il bene del mondo: realizzare la rivoluzione dell’amore che viene da Dio e si riversa sull’intero Genere umano. Inizia guarendo gli infermi ed è Jochanan a presentarlo come nuovo Messia, ma prima di andare fino in fondo lungo il sentiero da lui scelto, c’è un grande nemico da sconfiggere. Questo è il momento più notevole di tutta la pellicola: il futuro Messia si reca nel deserto per poter finalmente affrontare Satana, che, molto appropriatamente, appare come un vecchio ripugnante, demente ed urlante, in preda ad un continuo delirio, che lo porta ad aggirarsi ovunque, danzando in maniera inquietante e beffarda. Jeoshua avanza da solo in mezzo alla desolazione, lasciando che il Nemico pian piano lo raggiunga: è notte e Satana è con lui, circondandolo con un malefico cerchio di fuoco. Ecco a questo punto Jeoshua che di sorpresa afferra Satana, ingaggiando una frenetica lotta corpo a corpo con lui, finché non riesce a compiere un miracolo che solo il vero Messia potrebbe realizzare: conquista totalmente il Nemico, restituendogli la completa pace interiore – si vede infatti che addirittura lo culla amorevolmente mentre quello è del tutto assopito tra le sue braccia. Le fiamme demoniache sono ora interamente estinte.

Il racconto si conclude col protagonista che, avendo iniziato a raccogliere i propri discepoli attorno a sé, si mette in cammino per annunciare il suo messaggio di rinnovamento e speranza. Dunque non viene affatto narrata né la morte, né la resurrezione di Cristo, cosa che avrebbe certamente comportato notevoli problemi, proprio a causa del fatto che il protagonista non è il Gesù dei Vangeli; pertanto, l’eventuale crocifissione di Jeoshua sarebbe risultata unicamente come il sacrificio di un uomo a beneficio di altri uomini – evento malgrado tutto non infrequente, e pertanto nient’affatto eccezionale -, e non quello della Divinità stessa per il bene dell’Umanità.

Il film è indubbiamente un’opera assai originale ed apprezzabile, appunto malgrado il fatto che Gesù di Nazareth qui sia visto in una prospettiva non cristiana, e probabilmente nemmeno ebraica, nonostante l’evidente intenzione del regista di riprodurre, fin nei nomi dei protagonisti, il mondo ebraico dell’epoca. Questo Gesù, Jeoshua, non è affatto «il Dio che si è fatto uomo» della Tradizione Cristiana, e nemmeno il profeta inviato da Dio secondo l’Islam, né il Messia ancora atteso dagli Ebrei, bensì solo un uomo che, dopo una straordinaria odissea esistenziale e spirituale, diventa, non il Messia, ma un Messia. Egli non nasce Messia, ma lo diviene, assumendone la funzione, grazie alle sue faticose conquiste spirituali – le quali sono le uniche a legittimarne il ruolo assunto di fronte all’Umanità. È precisamente in questo punto, che quest’opera presenta nel contempo il suo aspetto più problematico e quello più illuminante e prezioso: se da un lato, a nostro avviso, non sembra affatto chiaro e certo che Jeoshua sia stato eletto, oppure predestinato, da Dio come Messia tra le genti – qui la narrazione presenta una certa ambiguità, probabilmente voluta -, ma pare piuttosto che l’abbia deciso per sua personale (o impersonale?) iniziativa in virtù della superiore consapevolezza acquisita; dall’altro lato, questa stessa volontà ed assunzione di responsabilità è assolutamente esemplare. Con ciò, evidentemente, non intendiamo affatto dire che chiunque possa o debba improvvisarsi Messia e proclamarsi tale di fronte al mondo, cosa assurda e nel contempo satanica e blasfema – anche se nella storia vi sono stati effettivamente numerosi casi del genere. Piuttosto, pensiamo che ciascuno debba cercare, a suo modo e nella misura del possibile, di seguire l’esempio di Jeoshua: divenire un pellegrino spirituale alla ricerca della Verità, e farlo sia per realizzare la propria autentica identità e sia per il bene di tutti coloro, vicini e lontani, con i quali si condivide il cammino della vita – il nostro “prossimo”. Paradossalmente, il film, che si è chiaramente posto al di fuori della teologia, o meglio della Cristologia ortodossa del Cristianesimo, giacché Jeoshua incarna effettivamente il modello del Messia pur non essendo nato tale, finisce per comunicare indirettamente un profondo messaggio cristiano, giacché questo insegna che l’imitazione di Cristo è realmente l’essenza fondamentale della vita di ogni vero credente in Lui. D’altro canto, ponendoci in una prospettiva più metafisica che religiosa, è assolutamente vero che ogni uomo è chiamato a divenire interiormente il Messia, ossia a realizzare la totale perfezione spirituale, anzi divina, di Cristo; basti ricordare, ad esempio, la predicazione di Maestro Eckhart sulla necessità di far nascere Gesù nella propria anima, realizzando il vero Natale mistico.

Quando avremo finalmente la fortuna di poter vedere un film in cui Gesù Cristo venga ortodossamente mostrato in tutta l’immensa portata metafisica – non solo religiosa, quindi – della sua divina realtà e della sua presenza nella storia dell’uomo?

 

Giovanni M. Tateo

 

 

Leggi anche: Sulla Via Cristiana all’Unione Mistica con Dio;

o le recensioni a Frithjof Schuon, Considerazioni sull’opera di René Guénon

e aJean Reyor, Studi sull’esoterismo cristiano

 

 

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