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Astāvakra Samhitā, a cura di Nani Mai e Sergio Trippodo, Astrolabio – Ubaldini, Roma, 2003, pp. 168.

 

Quintessenza della metafisica non-duale induista (Advaita Vedânta). Sintesi adamantina della dottrina della ricerca del Sé trascendente, assoluto, ed eterno. Se Questo è la Realtà unica e suprema al di là di qualunque coppia di opposti, ossia di qualunque dualità e contrapposizione, allora il trovarlo, o realizzarlo, può compiersi effettivamente soltanto rendendosi identici ad Esso, eliminando nel proprio essere qualunque duplicità, opposizione, conflitto o contraddizione. Per questa stessa ragione, viene paradossalmente insegnato che anche le coppie fondamentali di concetti metafisici antitetici alla base di questo stessa dottrina, ossia relativo/Assoluto, schiavitù/Liberazione e illusione/Illuminazione, debbono essere necessariamente considerate false, e pertanto superate giungendo all’unica Verità autentica posta al di là di esse: il Sé incondizionato è tutto, esiste solo la Realtà infinita, solo la Libertà illimitata. Anche in ciò che ne sembra l’esatta negazione, ossia anche nell’esistenza finita, determinata, condizionata, diveniente, impermanente, peritura.

Addirittura, in un certo senso, il Sé non andrebbe nemmeno cercato, giacché Esso è permanente, è sempre onnipresente nell’esistenza, è già dato all’essere, e nell’essere, di tutto ciò che esiste. Anche in noi, quindi. È infatti impossibile trovarLo considerandoLo come altro da sé, come qualcosa da conseguire in seguito ad una qualche trasformazione od acquisizione. Non si diventa o conquista il Sé, ma soltanto si è il Sé, e ciò è possibile solo quando si ha la perfetta consapevolezza di questa verità quasi inconcepibile.

Un testo, dunque, di un’estrema pericolosità per il lettore che non sia capace di comprenderlo integralmente, ossia di porsi completamente alla sua stessa altezza o profondità spirituale. Forse non sbaglierebbe chi pensasse che solo un autentico Maestro, un Satguru, potrebbe davvero intenderne la verità. Oppure, all’opposto, si potrebbe immaginare che, in alcuni rarissimi e straordinari casi, la sua sola comprensione potrebbe condurre istantaneamente alla Liberazione. Non ci sarebbe affatto da stupirsene.

Si avverte, perciò, inevitabilmente, la necessità di raccomandare il successivo ricorso agli insegnamenti di Ramana Maharshi, Poonja o Nisargadatta Maharaj, o di risalire molto più indietro e studiare Shankara; giacché, ad esempio, ripetutamente si afferma che i riti, la meditazione, o qualunque altro atto, sono del tutto inutili al fine di raggiungere la Meta, per cui chi si arrestasse di fronte a questa sola idea, rischierebbe di convincersi di non avere più alcuna Via possibile da percorrere.

L’opera è un dialogo tra Maestro e discepolo, ma non può non risultare evidente che, in verità, non sia che un monologo, giacché anche il discepolo si è fatto Maestro. Segno che ogni dualità, essendo stata qui trascesa, dev’essere trascesa.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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