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Rulman Merswin, Libro delle nove rupi, a cura di Stefano Salzani, La Finestra, Lavis (TN), 2010, pp. XCV + 339.

 

Il Libro delle nove rupi (Neunfelsenbuch) è un importante testo mistico del XIV secolo, che, oltre ad offrire con indubbia forza espressiva la quintessenza della metafisica cristiana medievale, lascia intravedere il mondo dell’élite spirituale che ne animava le correnti. Infatti, benché l’autore, come il testo stesso dichiara, avrebbe dovuto restare anonimo, si sa invece che l’opera va attribuita al mistico tedesco Rulman Merswin, autore anche del Libro del Maestro (Meisterbuch); figura centrale della notevole comunità spirituale dell’Isola Verde, il cui maestro fu il misterioso «amico di Dio dell’Oberland». Un messaggio, quindi, proveniente da quella che Margherita Porete chiamava «Santa Chiesa la Grande».

L’opera consiste in un dialogo tra un mistico, indicato semplicemente come «l’uomo», e Dio stesso, nella Persona di Gesù Cristo – come si precisa in un punto -, che, molto significativamente, viene costantemente indicato come «la Risposta», cioè a dire che l’essere un umano non è che una permanente domanda esistenziale, la cui risposta eterna e perfetta è soltanto l’Assoluto. L’unico ed autentico Interlocutore possibile, infatti più volte si ribadisce che solo in Dio si debba ricercare, non solo conforto o consolazione, ma ogni tipo di realizzazione e di felicità autentiche.

La speciale e notevole importanza della dottrina qui esposta è data dal suo affermare nel Cristianesimo una totale continuità tra la religione e la via mistica, o, più precisamente, metafisica. Si potrebbe, anzi, dire che la metafisica assorba completamente, e soprattutto naturalmente, la religione, conferendole il suo essenziale e pieno significato ed il suo autentico scopo. Riprova di ciò è che l’opera è esplicitamente destinata non solo ad una ristretta minoranza di spiriti nobili, ma all’intera Cristianità, senza alcuna distinzione sociale o culturale; segno evidentissimo che l’intera Civiltà fondata su Cristo deve riconoscere come proprio cuore e ragion d’essere questa sua radice puramente metafisica. Si insegna, infatti, che la meta spirituale, od ontologica, finale, rispetto alla quale solo sussistono e vanno osservati gli insegnamenti ed i precetti di Cristo, è il «ritorno alla Sorgente», che è ovviamente Dio stesso quale Origine del cosmo e di tutti gli esseri. Si tratta di completare un intero ciclo dell’essere: nella sua fase discendente le creature precipitano dalla Sorgente fino a giungere al livello più basso dell’esistenza, nel mondo sensibile; mentre, nella sua fase ascendente, esse debbono impegnarsi per ritornare completamente in Essa, risalendo interamente il corso che le ha precipitate. Tutto ciò viene espresso «per immagini», con la visione trasmessa al mistico di un’altissima montagna – sulla cui cima si trova il lago della Sorgente divina -, che deve essere scalata affrontando una successione di nove rupi, ciascuna delle quali simboleggia chiaramente un singolo grado di questa ascesa, e, nel contempo, la particolare collettività umana che possiede lo stato spirituale che vi si riferisce. La nona rupe è quella degli «Amici di Dio», i Cristiani perfetti, coloro che si sono completamente spogliati del loro «io», che esistono unicamente per compiere la Volontà di Dio “nel Tempo e nell’Eternità”, angeli in forma umana, capaci di contemplare la Sorgente, e di immergersi in Essa quando Dio finalmente lo concede loro. A questo punto, ognuno di essi si unisce totalmente a Lui, e diviene «per Grazia» ciò che Dio steso è «per Natura».

Bisogna aggiungere che l’opera presenta uno spiccato carattere “apocalittico”, infatti, oltre al ripetuto ammonimento riferentesi all’imminente esplosione della collera divina; non si cessa un istante di definire la propria epoca con l’espressione «questi tempi pericolosi», evidente allusione alla presente Età Oscura. In relazione a ciò, è estremamente efficace l’immagine del mondo imprigionato nella rete invisibile gettata su di esso da Lucifero, mirabilmente descritto come un enorme mostro infernale praticamente indescrivibile nel suo inimmaginabile orrore – e perciò ancor più terrificante -, e la cui estrema astuzia risulta realmente di una sottigliezza ed una profondità del tutto inconcepibili per l’intelletto comune. In effetti, inoltre, non si può fare a meno di sospettare che l’autore consideri lo stesso ego umano come l’impercettibile, perfidamente astuto, sottile e seducente demone interno, il Lucifero interiore dell’anima individuale.

In conclusione, siamo fermamente persuasi che questo testo debba essere letto non solo da chi nutra uno specifico interesse per la Mistica cristiana, ma da ogni credente in generale. E forse anche da qualche ateo non ancora del tutto insensibile a certi richiami.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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