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Uno dei simboli più importanti della Tradizione, non foss’altro in quanto esprime in maniera esemplare l’essenza stessa della Civiltà tradizionale, è quello della Città Divina, la quale costituisce costantemente l’archetipo del centro spirituale trascendente dal quale sempre s’irradia ciascuna forma del Sacro, vissuta da una particolare collettività; nonché, in pari tempo, il modello trascendente di quella civiltà che tale stessa collettività ha realizzato nella Storia.

Nei miti di varie tradizioni troviamo le città divine quali Asgard, l’Olimpo, la Gerusalemme Celeste, o le città mistiche di Jabalqa, Jabarsa e Hurqalya, più volte menzionate da Henry Corbin a proposito del «Mondo immaginale». Tutti queste “capitali” del Reame metafisico hanno le loro immagini corrispondenti nel mondo terreno degli uomini in città reali quali Thule o Tula, Gerusalemme, Roma intesa quale «caput mundi» spirituale, ossia «città eterna», oppure centri leggendarî come Shangrilah, Shambala, Agartha, Salem, etc., le quali, a loro volta, devono essere ricollegate al Paradiso Terrestre, all’Eden, ossia, più che semplicemente ad un’antichissima, o addirittura primigenia, civiltà umana – la quale comunque esistette come la Tradizione la descrive -, a quella condizione di consapevolezza e beatitudine originarie, appartenuta alla prima stirpe degli uomini. È evidente, a questo punto, che la città sacra, o il Paradiso perduto, quale sede originaria del genere umano è l’equivalente, in base ad un simbolismo di tipo spaziale o geografico, dell’Età dell’Oro, secondo un simbolismo di tipo temporale o storico – a condizione che qui si presupponga una «storia sacra», una ierostoria -; così com’è pure palese che entrambi i simbolismi coincidono, o comunque convergono integrandosi vicendevolmente, nell’espressione di quello che è noto come «stato edenico» o «paradisiaco» dell’Umanità, a cui accennavamo poco fa.

L’elemento fondamentale della Città Divina, così come della città santa, è certamente la Presenza di Dio, che in essa si manifesta; e se nella prima questa è la sostanza stessa del suo essere, e pertanto costituisce una Rivelazione perfetta e definitiva del Principio; nella seconda è invece qualcosa che può essere percepito e vissuto, ma, ovviamente, non certo con la stessa immediatezza e pienezza possibili nella prima: è, in qualche modo, piuttosto un presagio dell’avvento della radiosa Luce divina che, non essendo ancora apparsa nel suo autentico fulgore, resta invisibile, occultata, e magari solo intravista, grazie ad una certa sottile trasparenza spirituale del luogo ad Essa consacrato. Per queste ragioni, quindi, la città sacra è il luogo per eccellenza nel quale si invera il simbolo del Regno di Dio la cui realtà “è già e non ancora” (iam et nondum) presente nella storia e nella coscienza dell’uomo; ed infatti, nelle città sante, l’abitante od il pellegrino, nello stesso momento in cui “incontra” Dio, o vi si approssima, si trova nello stato d’animo di chi prova una sorta di intensa nostalgia, un sentimento difficilmente definibile, che, a sua volta, è nel contempo vaga reminiscenza della passata Età Aurea, e anelito e presentimento di quella futura.

È impossibile non riconoscere che nell’Apocalisse di S. Giovanni evangelista il simbolo della Città Divina possiede un valore ed una forza assai difficilmente riscontrabili nei testi sacri appartenenti ad altre tradizioni, ed è per questo che l’archetipo che stiamo indagando risulterà meglio comprensibile attraverso la sua trattazione sintetica. Evidenzieremo, dunque, in essa tutti quegli elementi fondamentali che costituiscono una costante invariabile di questo simbolismo in tutte le tradizioni; tanto che ciascun lettore potrà averne piena conferma con un raffronto anche sommario; ed a questo proposito, oltre all’assai celebre Il Re del Mondo di René Guénon, ci preme segnalare l’ottimo studio comparativo di Titus Burckhardt sul Paradiso di Vaikuntha, contenuto nel suo Simboli; senza contare la preziosa opera di Joseph Rykwert, L’idea di città, sull’applicazione rigorosa di quell’archetipo universale all’edificazione concreta delle città tradizionali.

Per quanto riguarda l’assetto della gerarchia divina, che costituisce lo schema complessivo della Città, il Dio Supremo ha il suo trono sacro nel suo centro, ed è sempre attorniato da dodici dèi, ai quali sono subordinati tutti gli altri abitanti celesti. Nell’Apocalisse avviene, come vedremo meglio a breve, praticamene lo stesso, giacché la Divinità assisa al centro è circondata dai ventiquattro – evidente multiplo di dodici – Anziani, ai quali vanno aggiunti i quattro Viventi, i sette spiriti di Dio, senza contare inoltre i vari ordini angelici non precisati nel testo; tutte entità superiori che vanno intese come equivalenti degli dèi contemplati dalle teologie delle tradizioni “politeiste”.

In generale, la Dodecade divina è un evidente motivo ricorrente, giacché rappresenta la primissima differenziazione del Principio Divino Unico nelle sue dodici Ipostasi principali, le quali, nel loro insieme, costituiscono il complesso intelligibile dal quale dipende la costituzione del cosmo – basti pensare, immediatamente, allo Zodiaco. In particolare, la Gerusalemme Celeste ha forma di cubo – che è definito da dodici linee -, per cui è possibile riferire le sue sei facce ai sei “giorni” della creazione, riferendo invece il suo centro, occupato da Dio, al settimo giorno, che è infatti «il giorno del Signore», il luogo metafisico della Pace Divina. Inoltre, essa possiede dodici basamenti, dodici porte, ed i dodici angeli che le custodiscono, oltre alle menzione indiretta dei dodici Apostoli di Cristo, ed alle dodici stirpi degli Eletti. Sempre al centro della Città si trova necessariamente l’Albero della Vita – qui associato al Cristo quale Agnello di Dio – che produce ben dodici raccolti all’anno, uno per ciascun mese; ossia l’Asse del Mondo a partire dal quale l’Universo si produce e da cui ottiene l’energia spirituale con cui nutre la propria esistenza.

Per quanto riguarda, invece, la forma e la struttura della Città, se le sue misure simboliche esprimono tanto la totalità della molteplicità degli enti quanto le determinazioni cicliche del divenire; allora la sua geometria, così potentemente definita da un ordine perfetto, e da una proporzione ed una simmetria adamantine, non significa altro che l’assoluta rettitudine dell’intendimento universale dell’Onnisciente Divinità che l’ha generata.

In definitiva, a partire dalla luminosa Presenza di Dio al suo interno, la Gerusalemme Celeste si rivela quale modello eterno del Cosmo, perfetto Piano divino del corso del tempo; progetto del Grande Architetto dell’Universo, che contiene in sé tutte le pure essenze spirituali, le infinite Idee, platonicamente intese, di tutti gli enti passati, presenti e futuri. Se adesso si obbiettasse che nell’Apocalisse coloro che si sono sottomessi all’Anticristo e a Satana si trovano esclusi dal popolo degli Eletti che abitano la Città Divina, ossia, metafisicamente, non rientrerebbero nel numero delle Idee che la costituiscono, risponderemmo che non affatto è in questo modo che la loro esclusione va intesa, giacché è unicamente il loro ottenebramento ad escluderli, in quanto essi sono del tutto incapaci di riconoscere la loro eterna appartenenza ontologica, archetipica, o ideale, a quella purissima realtà trascendente. Se essi, fin dall’Eternità, non avessero posseduto quell’essenza ideale, se la loro esistenza non fosse stata decretata dal Volere divino, se non fossero stati “concepiti” da Dio, essi, semplicemente, non sarebbero affatto esistiti; e se la loro realtà non facesse parte del Piano divino, allora la stessa Volontà, o Provvidenza, di Dio finirebbe, per assurdo, per non sembrare più quella realtà universale e totalizzante che invece effettivamente è.

In particolare, dobbiamo ora rimarcare come sia praticamente impossibile separare la Gerusalemme Celeste apocalittica da una precisa concezione dei cicli cosmici e storici. In effetti, il simbolismo in oggetto è particolarmente complesso, giacché, infatti, definisce un ciclo completo della storia sacra, la quale misteriosamente coincide con quello della vita dell’intero Universo. Lo andiamo ad esporre facendo diretto riferimento, con alcune nostre necessarie integrazioni, all’interpretazione esoterica fornita da René Guénon nel suo Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi della relazione tra il Paradiso Terrestre e la Gerusalemme Celeste della teologia cristiana.

Ora, nel suddetto ciclo sacro, la Città di Dio metafisica, nella quale l’uomo abitava in quanto puro spirito in perfetta comunione con Dio stesso, in origine si era manifestata quale Paradiso Terrestre, nel quale l’uomo, trovandosi ora nel suo stato terreno, gode di tutta la beatitudine possibile in tale condizione inferiore. Ora, nella fase discendente del ciclo, avviene che questo Paradiso Terrestre svanisca progressivamente dall’orizzonte umano: da un lato, divenendo una forma di coscienza illuminata che risulta di fatto negata dalla maggioranza degli uomini; dall’altro lato, in quanto forma storica della Tradizione Primordiale, occultandosi in una civiltà sacra segreta ed inaccessibile: quella di Agartha, chiamata Paradêsha al tempo dell’Età Aurea.

Il corso del tempo, il divenire storico, dunque, allontanano sempre più l’uomo da quella beatitudine primigenia, trasferendolo progressivamente dalla «Civitas Dei» alla «civitas Diaboli», nella quale egli vive una condizione esistenziale di dannazione terrena, dovuta all’influenza demoniaca, che si è fatta predominante nel mondo, producendo la civiltà letteralmente infernale in cui egli vive nei tempi ultimi. Tuttavia, questa fase conclusiva di ottenebramento collettivo delle coscienze è destinata ad essere di breve durata, poiché la seconda fase del ciclo ierostorico vi porrà fine, riportando la Città Divina al centro dell’esistenza e della storia umane, generando in tal modo un nuovo Paradiso Terrestre.

Sulla base di quanto esposto precedentemente, ben si comprende che la “discesa” della Gerusalemme divina nel cosmo, nel mondo umano, significa che l’universo metafisico, archetipico, che essa costituisce, si è proiettato sullo schermo dell’esistenza fenomenica, rigenerandola, riplasmandola – com’era avvenuto in principio – affinché prenda avvio un suo nuovo corso, un nuovo ciclo di manifestazione di possibilità precedentemente inespresse. Dovrebbe essere quindi evidente che, giacché l’abbiamo definita quale cosmo metafisico, Piano divino, ossia complesso od architettura di Idee eterne, la Gerusalemme apocalittica andrebbe intesa, più che come manifestazione estrema della Provvidenza soccorritrice di Dio, propriamente come teofania definitiva della stessa Mente Divina, Rivelazione ultima dell’Intelligenza suprema della Divinità.

Proprio come negli uomini dell’Età Aurea, negli uomini che hanno attraversato interiormente indenni l’Età Oscura, fino a giungere alla visione della Rivelazione finale, si realizza quello stato interiore che permette loro di sapere che il Paradiso Terrestre non è altro che l’attuazione sul piano corporeo, sensibile e temporale della trascendente ed eterna Gerusalemme Celeste; ossia che l’intero Universo non è che la proiezione sensibile dell’Intelletto di Dio. Conseguenza diretta di tutto ciò è che questa Umanità possiede ora la chiarissima visione del Piano Divino, che fin dall’Eternità ha plasmato il cosmo e la storia, ed è giunta quindi alla certezza della Suprema Intelligenza, trascendente ed immanente ad un tempo, che determina l’intero corso del divenire. Infatti, l’evento della “discesa” della Gerusalemme spirituale che restaura il Paradiso Terrestre, dato il livello cosmologico a cui è riferito, è di gran lunga meno importante della Rivelazione dell’Intelligenza, della Volontà e della Presenza di Dio in quanto tali; infatti, ciò deve intendersi come l’integrazione definitiva dell’umano nel Divino, della presa di coscienza finale, da parte dell’uomo, di avere sempre posseduto un’essenza divina – per dirla con le espressioni classiche della teologia cristiana, di essere sempre stato “ad immagine e somiglianza di Dio”, o più semplicemente “figlio di Dio” -, di essere sempre stato cittadino di quella Civitas Dei. Un’Idea eterna nell’eterna e perfetta Mente dell’Altissimo.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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