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Henry Corbin, Il paradosso del monoteismo, introduzione di Claudio Bonvecchio, traduzione di Roberto Revello, Mimesis, 2011, pp. 220.

 

Questa raccolta di scritti di Henry Corbin, che i tipi di Mimesis hanno avuto il grandissimo merito di ripubblicare (l’edizione precedente per Marietti era ormai troppo datata), costituisce certamente un’opera di estrema importanza, sia perché rappresenta una preziosa introduzione al pensiero del nostro, e sia perché lo proietta in un orizzonte intellettuale, e soprattutto spirituale, decisamente più ampio, che è quello stesso a cui appartengono tutti gli esponenti della cosiddetta Sophia Perennis del secolo XX e non solo. In effetti, lo studio, considerato nel suo complesso, integra considerevolmente il tema del Mundus imaginalis – centrale per Corbin, ossia dell’intermondo psichico dell’immaginazione veridica – in quanto tale assolutamente differente da quella fantastica – e delle immagini metafisiche, con quello più vasto della relazione ontologica e metafisica tra l’Uno Divino e la molteplicità infinita degli esseri.

Il punto di partenza di questo ricco percorso teologico e metafisico è dunque il “paradosso del monoteismo”, ossia il pericolo di un’“idolatria metafisica” dal duplice volto: da un lato la confusione, che può prodursi nella teologia affermativa e dogmatica, allorché si intenda Dio, non come l’Essere unico e supremo degli enti, la Realtà assoluta delle realtà relative, ma solo come il Sommo Ente, il Primo e migliore degli enti; dall’altro lato, il rischio, derivante dalla sublimazione divinizzante di tutti gli attributi creaturali, di antropomorfizzare la Divinità, non riconoscendone invece la superiore Realtà: l’Assoluto, l’Incondizionato, l’Inconoscibile.

La grande pericolosità del suddetto paradosso si rivela macroscopicamente nelle gravi implicazioni dei due atteggiamenti teologici suddetti in rapporto all’origine del nichilismo; infatti, l’interpretazione letterale, invece che esoterica, del dogma della “creazione dal nulla”, condurrebbe a ritenere: A) che l’essenza prima dell’universo creato è il nulla; B) che, conseguentemente, nullo è il divenire cosmico, sia nella sua sostanza che nel suo significato; C) che infine l’universo ritornerà nel nulla dal quale proviene; D) che l’uomo e la sua storia sono anch’essi nulla. Tutto ciò Corbin non lo afferma esplicitamente, ma è chiaro che lo sottintende, nel momento in cui indica l’errore che conduce a tali conclusioni, e nel contempo la via sapienziale che porta alla verità, e alla pienezza del senso dell’essere e del divenire. Distingue, infatti, il “Nulla da cui niente può esser fatto” dal “Nulla da cui tutto viene fatto”, ossia l’Infinito; per cui “Nulla” non è altro che il nome mistico dell’Assoluto stesso. Il Dio rivelato, o “personale”, quindi, non crea affatto dal niente, ma attingendo dalla propria infinita ed occulta fonte interna, che è il Nulla divino, il quale contiene tutto. 

È proprio riferendosi a tale Nulla, che l’autore ricorre alla teologia apofatica, la quale, essendo la paradossale affermazione dell’Assoluto quale Inconoscibile, Ineffabile ed Indicibile, sbarra totalmente la strada a qualunque possibile antropomorfismo nell’idea di Dio.

Dal versante in qualche modo opposto, ossia della necessaria comunicazione tra Dio e l’Uomo, l’autore riafferma l’idea fondamentale dell’Angelo inteso quale teofania, e della sua indispensabile funzione di intermediazione tra il mondo divino e quello creaturale.  

Corbin, dunque, tra coloro che affermano esclusivamente l’unità ontologica assoluta dell’infinità pluralità degli enti (“Tutto è Uno”), e coloro che, invece, affermano l’irriducibilità assoluta di quella stessa molteplicità (“Tutto è non-uno”, “Tutto è Molti”), indica una terza via, l’“integrazione dell’integrazione” (“Tutto è in Uno e l’Uno è in Tutti”); per cui la visione, teosofica e cosmologica, che ne deriva consente la consapevolezza sia della necessaria unicità dell’Essere Supremo di tutti gli enti, e sia della concomitante necessità di ciascuno degli enti che costituiscono il Tutto. In altre parole, se è assolutamente necessario che tutti gli esseri provengano da un unico e solo Essere assoluto, è altrettanto necessario che quest’ultimo generi eternamente in se stesso tale molteplicità. In tal modo, non solo l’Unità non nega la Pluralità e viceversa, ma ciascuna delle due afferma l’altra; soprattutto se per tale pluralità non si intende la totalità degli enti transitori, ma quella delle idee eterne, che ne costituiscono le essenze e le cause prime; insomma: se eterno è l’Essere universale, eterni pure sono tutti gli esseri particolari, che Esso eternamente genera in Se stesso. Questo tema, a sua volta, non può che sfociare in quello delle gerarchie angeliche. In effetti, non c’è modo più corretto di concepire la totalità di tali gerarchie se non come l’universo spirituale intermedio tra il Dio unico, trascendente ed eterno, e la realtà naturale, corporea e diveniente nel tempo. Gli Angeli, o Dèi, quindi, sono le stesse idee eterne, gli archetipi spirituali di tutti gli enti. Se l’universo sensibile non è che un’immensa teofania, prim’ancora di esso, e di gran lunga più eminentemente, lo è il suo gemello spirituale: l’universo angelico. Esso colma perfettamente la distanza ontologica, altrimenti infinita ed incolmabile, tra Dio e gli l’Universo; rendendo assolutamente impossibile il preteso nulla dell’esistenza.

Un unico appunto: non condividiamo affatto la preferenza accordata dall’autore alla concezione del Christos Angelos; non riteniamo, infatti, che debba essere in alcun modo posto in discussione il definitivo principio ortodosso della teologia cristiana secondo cui Cristo è “uomo vero e Dio vero”.

Come accennavamo, la ricchezza degli argomenti trattati, si inserisce in una prospettiva decisamente universale: quella del destino ultimo del cosmo e della persona umana, che Corbin non può che legare magistralmente a tutti i concetti espressi: l’uomo non è che un angelo caduto, protagonista del dramma dell’esilio metafisico, l’essere la cui autentica personalità, o identità, è quella spirituale, eterna, angelica, appunto. Pertanto, così come il Dio non-manifestato, l’Assoluto, realizza se stesso nella sua identità perfetta di Dio rivelato, così l’uomo deve realizzarsi come angelo, o dio, come puro spirito, ossia come ciò che effettivamente egli era in eterno, in quel regno divino dove gli stessi Angeli, i quali ancora vegliano su di lui e desiderano guidarlo verso l’illuminazione e la resurrezione, erano un tempo suoi fratelli.

L’antidoto al veleno del nichilismo sono congiuntamente la teosofia dell’Unicità dell’Essere, e l’angelologia, quale affermazione della divinità della Totalità infinita del Molteplice. I due volti radiosi del Supremo Unico.

 

Giovanni M. Tateo

 

 

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